sabato 21 novembre 2009

Certificato di malattia online

Dal primo gennaio 2010, il certificato di malattia dovrà essere inviato per via telematica all'INPS dallo stesso medico curante che l'ha compilato. Attualmente il certificato di malattia, rilasciato dal medico al lavoratore dipendente, viene inviato dal lavoratore stesso, entro due giorni dal rilascio, al datore di lavoro e all'istituto di previdenza, in forma cartacea e in duplice copia tramite FAX o posta o personalmente. Secondo la legge numero 311 del 30 dicembre 2004, che fa parte della legge finanziaria del 2005, deve essere il medico curante, e non più il lavoratore, a spedire per via telematica all'INPS il certificato che dichiara la malattia del lavoratore. L'INPS, successivamente, invierà il certificato che ha ricevuto, sempre per via telematica, al datore di lavoro e all'amministrazione di appartenenza. La legge sarà operativa dal 1° gennaio 2010 in base al decreto attuativo della riforma nella Pa, formulato dal Ministro per la Funzione Pubblica e l'Innovazione Renato Brunetta.

Eau de Paris, merde d'Italie

clicca sulla foto per vedere il video
In Italia siamo sempre in leggera controtendenza. In Francia, a Parigi l’acqua ritornerà pubblica dal primo gennaio 2010. Il sindaco Bertrand Delanoe non ha rinnovato i contratti con le multinazionali Veolia e Suez . L’acqua sarà gestita da un ente pubblico: “Eau de Paris”. Il risparmio per i parigini sarà di almeno 30 milioni di euro all'anno. In Italia, il non-Parlamento ha trasformato in legge un decreto che rende privata l'acqua pubblica. La legge Ronchi stabilisce che la quota di capitale pubblico delle società che gestiscono l'acqua non sia superiore al 30%.
L'acqua è un diritto naturale dell'uomo. Non un business. Ovunque la gestione dell'acqua sia stata privatizzata, il suo prezzo è aumentato, raddoppiato, triplicato. Di chi è l'acqua? E' nostra, dei nostri comuni, delle nostre regioni. E' la pioggia che cade dal cielo. Le multinazionali e chi ha votato la legge Ronchi possono andare a fanculo.
fonte: http://www.beppegrillo.it// 20/11/2009

venerdì 20 novembre 2009

La scomparsa del Lago Aral

Un deserto infuocato di giorno e gelido di notte, città fantasma, scheletri di barche affondati tra fango e sabbia, venti salati e tempeste di sabbia, aria irrespirabile, villaggi abbandonati. Così appariva fino a pochi anni fa il lago d’Aral. Dal più grande mare d’acqua dolce al mondo, esteso quanto l’Irlanda, alla più grande catastrofe ecologica dell’era moderna. (nella foto: l'evoluzione negativa del lago). Tutto in pochi decenni: quelli dell’economia pianificata dell’Urss, quando l’Asia centrale sovietica diviene terra di sfruttamento. Riso e cotone: Mosca va contro natura, devia i fiumi che alimentavano il mare chiuso per irrigare le enormi piantagioni a monocoltura. L’Aral si prosciuga del 90%, una striscia di pozze d’acqua isolate. Nel 1996 è ridotto a un quarto delle dimensioni originarie, gli abitanti emigrati in massa. Per gli scienziati dell’epoca è “un disastro irreversibile”. Ma oggi qualcosa sta cambiando, e c’è chi parla di “miracolo”. Quello che ha fatto tornare le acque a lambire Aralsk, il porto sul lago che era finito a 100 km di distanza dalle rive, ritiratesi progressivamente (l’Aral aveva cominciato a seccarsi già negli anni 60): oggi si avvicina di nuovo, mancano 25 km, ogni giorno meno. I pescatori tornano a gettare le reti, nei ’90 sopravviveva un’unica specie ittica, oggi sono16. La superficie è aumentata di un terzo, risale il livello, torna a piovere, spira una lieve brezza. Volano pellicani e gabbiani, aperto uno stabilimento ittico che esporta i suoi prodotti in Russia e Ucraina. Merito di un progetto congiunto tra Banca Mondiale e governo del Kazakhstan, che dal 2001 ha coinvolto esperti e scienziati da tutto il mondo, e persino Onu e Nato. Dal 2005 la nuova diga di Kokaral, 13 km, 88 milioni di dollari (260 il progetto complessivo), fa confluire sul lato nord del Piccolo Aral le acque del fiume Syr Darya, che prima si “perdeva” scorrendo a sud. Già nel 2006 la situazione migliora, oltre le più rosee previsioni. “Un’idea geniale” ammette persino Mosca, che dopo il crollo dell’Urss aveva provato ad avanzare qualche proposta per salvare il lago, restata sulla carta: convogliarvi le acque della Siberia occidentale, oppure ridirigere il corso dell’Amu Darya, il secondo ex affluente dell’Aral che scorre in tutti gli stati dell’Asia centrale ex sovietica, incluso l’Afghanistan, oggi indipendenti. Il miracolo, però è solo parziale: riguarda unicamente il lato nord del lago, di proprietà del Kazakhstan, oggi uno dei paesi più ricchi al mondo di gas e petrolio. Dall’altra parte, a sud, c’è l’Uzbekistan, lo stato più popoloso della regione, e il più inquinato: dove continua la coltura intensiva del cotone, cui si aggiungono le prospezioni proprio sotto il fondo esposto dell’Aral, per cercare combustibili. Tashkent ha già rinunciato a salvare la sua fetta di mare, che è la più ampia: tre quarti del totale. Immagini satellite scattate a gennaio mostrano in questa zona una diminuzione dell’80% solo negli ultimi 3 anni. Difficile essere ottimisti.

giovedì 19 novembre 2009

SLA: un enzima potrebbe curare la malattia?

Incoraggianti notizie arrivano dal fronte della cura della Slerosi Laterale amiotrofica. Pare che un enzima simile a quello utilizzato per curare gravi setticemie ha rallentato nei topi la progressione della malattia nota anche come malattia di Charcot o morbo di Lou Gehrig. Secondo uno studio pubblicato negli Stati Uniti dalla rivista on-line Journal of Clinical Investigation, a cui hanno preso parte ricercatori della facoltà di medicina dell’università di Rochester (New York), l’enzima chiamato “proteina C attivata” o drotrecogina ha permesso di rallentare la morte delle cellule nervose su topi ai quali era stata inoculata l’equivalente di una forma particolarmente aggressiva della malattia, permettendo di allungare la loro vita di circa il 25%, secondo quanto riferiscono gli autori di questa ricerca potenzialmente promettente. La “proteina C attivata” ha anche prolungato il tempo durante il quale i topi erano capaci di vivere normalmente, malgrado il fatto che mostrassero sintomi della malattia. La sostanza ha inoltre rallentato il ritmo di peggioramento dei muscoli delle persone colpite dalla Sclerosi. Benché passerà molto tempo prima che altre ricerche possano essere compiute sulle persone che soffrono della malattia, sembra che il fatto incoraggiante sia l’aver trovato proprio una proteina che ha, finalmente, un qualche effetto positivo sul morbo. Sostanza tra l’altro già usata senza problemi sull’uomo per curare la setticemia. La speranza dei ricercatori è di poter procedere a esami clinici sull’uomo entro cinque anni. Si riaccende la speranza.

CANCRO news

Il cancro ai polmoni potrebbe essere sconfitto, tra qualche anno. Lo dicono ricercatori britannici che, riferisce la rivista Cancer Research, stanno mettendo a punto una pillola che nei test sui topi ha evidenziato un 50% di guarigioni. L’equipe dell’Imperial College di Londra ha scoperto infatti una cura che bloccherebbe lo sviluppo di cellule tumorali, nel caso di cancro ai polmoni e in particolare di carcinoma polmonare a piccole cellule (microcitoma). Questo tipo di tumore, molto comune, si diffonde rapidamente e difficilmente può essere affrontato chirurgicamente. Di solito si interviene con la chemioterapia, ma dopo risultati inizialmente incoraggianti, il tumore si riproduce e diventa immune ai trattamenti. Con questa scoperta invece, si attaccherebbe il microcitoma e si impedirebbe l’estensione e il contagio inducendo poi le cellule cancerose all’autodistruzione. Per ora la pillola è stata testata su topi: in metà dei casi, il cancro è scomparso del tutto. «Siamo felicissimi di questa scoperta - ha detto il professor Michael Seckl che ha diretto le ricerche -; normalmente le possibilità di sopravvivenza al microcitoma sono poche. Negli ultimi trent’anni i progressi sono stati limitati».

mercoledì 18 novembre 2009

I Kiwi i piu' onesti

E' la Nuova Zelanda il Paese meno corrotto del mondo. A decretarlo è Transparency International, che ha stilato una classifica di 180 Paesi che vede l'Italia al 63esimo posto, dietro a Botswana, Namibia e Malaysia. L'associazione ha dato a ciascun Paese un voto da zero a 10, basandosi complessivamente su 13 indagini indipendenti. Più alto è il punteggio, meno corrotto il Paese. Il paese dei Kiwi, con 9,4, ha superato la numero uno dell'anno scorso, la Danimarca, quest'anno al secondo posto con 9,3 davanti a Singapore e Svezia (entrambe a 9,2) e la Svizzera (9). L'Italia, con 4,3, si è piazzata 63esima, appena dietro a Cuba e Turchia e a parimerito con l'Arabia Saudita. I Paesi in fondo alla lista sono quelli instabili o toccati da conflitti che hanno minato il settore pubblico e l'infrastruttura governativa. I più corrotti sono risultati la Somalia (1,1), l'Afghanistan (1,3), il Myanmar (1,4) e il Sudan (1,5), quest'ultimo con lo stesso punteggio dell'Iraq. "Per arginare la corruzione servono un parlamento vigile, una magistratura incisiva, agenzie anti-corruzione e di revisione dei conti indipendenti e ben finanziate, una puntuale applicazione della legge, trasparenza nell'assegnazione delle risorse pubbliche e nelle entrate, spazio per i media indipendenti e una società civile attenta", ha commentato Huguette Labelle, presidente di Transparency International. Nella top 10 delle meno corrotte vi sono Finlandia, Olanda, Australia, Canada, Islanda e Norvegia. La Gran Bretagna si è piazzata 17esima e gli Usa 19esimi. I Paesi con un punteggio inferiore a 5 sono più di 130
Guarda la classifica completa

CANCRO parte 2: la tossina CRM197

Quando avrete finito di leggere questa intervista, non cercate di contattarmi, neppure se il più caro dei vostri congiunti fosse condannato a morire di cancro: io, purtroppo, non posso far niente per lui. Neanche l'intervistato può far niente per lui: il lotto gratuito di Crm 197, un derivato della tossina difterica in grado in molti casi di bloccare l'avanzata del tumore e a volte di farlo scomparire, è finito nel 2003 e il dottor Silvio Buzzi proprio non saprebbe come e dove procurarsene dell'altro. Solo il ministro della Salute può far qualcosa: credere a questa scoperta scientifica, supplicare la Chiron vaccines di tornare a produrre oggi stesso il Crm 197 nel proprio stabilimento di Siena e poi, dal momento che il preparato è assolutamente privo di tossicità, ordinare ai medici d'iniettarlo d'ufficio a tutti i malati di cancro ricoverati presso le strutture pubbliche. Non occorre privarli delle cure convenzionali (chirurgia, chemioterapia, radioterapia). Basta solo una puntura. In aggiunta. Zero rischi. Qui non stiamo parlando del siero Bonifacio estratto dalle capre, della terapia Di Bella o del metodo Simoncini che considera il cancro un fungo da estirpare col bicarbornato. La validità terapeutica del Crm 197 è già stata comprovata da studi rigorosi a firma del dottor Buzzi pubblicati fin dal 1973 su Cancer Research, la rivista ufficiale di quell'American association for cancer research che raduna i massimi oncologi del mondo e che ha cooptato lo studioso italiano fra i suoi membri attivi, su Cancer Immunology and Immunotherapy e sul britannico The Lancet, che è dal 1823 la Cassazione dei clinici. Da un episodio accaduto 40 anni orsono in sala operatoria – una nuvola di talco che precipitava dentro un addome aperto – il dottor Buzzi ha tratto una folgorante intuizione sulla quale stanno ora lavorando le università di Osaka, Sapporo e Fukuoka con un progetto finanziato dal governo giapponese. Purtroppo ha commesso un errore: «Come l'uovo viene deposto nel nido, è naturale che una nuova scoperta di medicina avvenga in luoghi adeguati, per mezzi culturali, strumentali e umani, ad affrontare il problema». Invece il neurologo e psichiatra, oggi settantacinquenne, il suo uovo fuori dal cesto l'ha scodellato in perfetta solitudine nell'ambulatorio della sua villetta alla periferia di Ravenna e l'ha covato con ardente passione, aiutato solo dalla moglie Luciana Baroncini, biologa, dai figli Giorgio e Anna Maria, entrambi neurologi come lui, e dall'ultimogenita Silva, matematica. Il diario privato di quest'uomo «cui non sono state risparmiate molte ingiustizie, che ha lavorato nel più assoluto silenzio senza cercare appoggi politici, senza entrare nel perverso “circolo mediatico” dei salotti televisivi per trovare facile pubblicità», come testimonia Luigi Bazzoli, per 15 anni direttore dell'inserto Salute del Corriere della Sera, è ora affidato alle 270 pagine di un libro intitolato Il talco e la lampada (Ares), che «dovrebbe figurare di diritto fra i testi di insegnamento universitario», dice Bazzoli. Per la verità il dottor Buzzi provò a chiedere a qualche politico di aprirgli le porte di almeno un ospedale della Regione per esperimenti, esami di laboratorio e Tac; lo implorò affinché convincesse la Sclavo di Siena, poi assorbita dalla Chiron californiana, a fornirgli qualche fiala di Crm 197. Immaginate quale udienza poteva ottenere, un cattolico praticante, presso le autorità dell'Emilia Romagna. A quel punto avrebbe dovuto chiedere aiuto a Raul Gardini, che all'epoca era uno dei potenti d'Italia e teneva un piede nell'industria chimico-farmaceutica. Buzzi confessa di non averci nemmeno mai pensato. Eppure erano amici d'infanzia, gli curava la moglie Idina e la suocera e alla fine era diventato anche il suo psichiatra di fiducia, tanto che Gardini arrivò a confidargli, nei momenti più bui dello scandalo Enimont: «A me i num ciapa miga», a me non mi prendono mica, e infatti morì suicida. A differenza di Edward Jenner, che il virus del vaiolo lo inoculò al proprio figlio, il medico romagnolo nel 1968 non esitò a provare su di sé, iniettandosela in vena, la tossina difterica: «Mi misi al microscopio con un mio campione di sangue per fare la conta dei globuli bianchi, ma non riuscivo neppure a vederli, tanto era il batticuore». Voleva essere certo che i suoi pazienti fossero al riparo da qualsiasi rischio. Milleduecento ne ha trattati. A distanza di molto tempo, 12 ancora campano, perfettamente guariti dal cancro. Ad almeno 360, dati per spacciati, ha regalato parecchi mesi, spesso qualche anno, di vita. Che cos'è con precisione il Crm 197? «Una fotocopia della tossina che provoca la difterite, nella quale è stato sostituito uno solo dei 535 amminoacidi che la compongono. Precisamente quello che la rende nociva». Su quanti pazienti l'ha provata? «Il Crm 197 su 200. Ma bisogna aggiungere che sui primi 600 malati, cioè i casi descritti nello studio pubblicato da Cancer Research nell'82, ho iniettato direttamente la tossina difterica intatta. E su altri 400 la tossina bollita, atossica al pari del Crm 197. Sempre con risultati sorprendenti». Quante volte è riuscito a far funzionare il Crm 197 contro il cancro? «Nel 30% dei casi ho ottenuto una significativa riduzione del tumore». Quanto significativa? «Dal 50% fino alla completa guarigione». Cioè il tumore scompariva? «Esatto». Mi mostri qualche prova. «Ecco, questa è la cartella clinica di un bambino di 6 mesi, figlio di un collega ospedaliero. Gli diagnosticarono un neuroblastoma resistente alla chemio. Il padre, disperato, mi disse: “Proviamo”. Io non volevo. Gli praticai otto iniezioni. Dopo un anno il piccolo fu sottoposto alla risonanza magnetica all'ospedale di Ferrara, perché qui a Ravenna non abbiamo la Rm. Da Ferrara la risposta tardava ad arrivare. Alla fine capimmo il motivo: il neuroblastoma era sparito e quattro clinici si stavano arrovellando da una settimana su queste immagini senza riuscire a darsi una spiegazione. Oggi il bambino va a scuola, è guarito, non ha più fatto iniezioni». Da non credere. «Non è la vittoria sul cancro: solo un contributo alla lotta. Per funzionare il Crm 197 richiede un organismo che mostri una buona capacità di risposta immunologica alla difterite. Andrebbe provato sui pazienti appena operati di tumore, con metastasi limitate ai soli linfonodi. L'ideale sarebbe testarlo su quelli che rifiutano la chemio o non la tollerano. Io ho avuto 26 malati di questo tipo. Il primo fu un contadino di 66 anni. Venne da me nel 1986 con un tumore allo stomaco. Anche le vie linfatiche erano già invase dalle cellule neoplastiche. Lo cacciai di qui tre volte. Alla quarta mi disse: “Se non mi fa quella puntura, la mia morte sarà colpa sua e solo sua!”. Non ci dormii per un paio di notti. Alla fine cedetti. È arrivato a 86 anni. Quando lo incontro me lo rinfaccia bonariamente: “Mi sono salvato per merito mio. Fosse dipeso da lei, sarei già sotto terra da un pezzo”. Nessuno di questi 26 soggetti ha più avuto ricadute». Perché ha scelto di fare il medico? «Volevo diventare come il dottor Manson della Cittadella di Cronin. Vengo da una famiglia poverissima. Mio padre era facchino al porto di Ravenna. Per mantenermi all'università lavoravo allo zuccherificio Eridania. La domenica andavo col cane in cerca di tartufi e li vendevo al ristorante Donatello di Bologna. Dalla maturità in avanti ho sempre avuto borse di studio. Quattro giorni dopo la laurea fui arruolato come aiuto di sala operatoria alla casa di cura San Francesco. Ero il manovale del chirurgo Giuseppe Vangelista, da tutti chiamato Vangelo giacché la sua era l'ultima parola, di vita o di morte. Oggi ha 96 anni. Infilava la mano nella pancia, palpava il carcinoma, scuoteva la testa: “Troppo avanti. Chiudi, ragazzo”. E io suturavo. Qualche volta capitava però che il paziente, dopo l'intervento esplorativo, avesse un miglioramento inspiegabile. Per tre o quattro mesi il cancro, anziché avanzare, regrediva. Il dottor Vangelista lo spiegava così: “È la boccata d'aria che diamo al peritoneo”. A me l'affermazione suonava implausibile. E i tumori polmonari, allora, che sono anaerobici, cioè proliferano in assenza di ossigeno? Cominciai a indagare». Partendo da dove? «Da un muratore rimandato a casa con un tumore del colon metastatizzato. Andai a trovarlo per dieci anni. Morì d'infarto. Un secondo paziente fu dimesso con un tumore polmonare enorme. Gli restavano poche settimane di vita. Anche questo morì dopo dieci anni. Di ictus». Entrambi dopo essere usciti dalla sala operatoria? «Esatto. Tenga conto che a quei tempi non c'erano gli ambienti sterili di oggi. Capitava perciò che il dottor Vangelista si cambiasse i guanti in sala. In una di queste occasioni vidi spandersi nell'aria uno sbuffo del talco che consente al chirurgo d'indossarli più facilmente. Osservavo queste micelle alla luce della lampada scialitica mentre scendevano lente e si depositavano nell'addome squarciato del paziente. Pensai: sarà solo un male? Qualsiasi germe stimola il sistema immunitario. Non a caso i bambini più esposti alla poliomielite erano quelli che abitavano ai piani alti delle case, i più igienici. I loro coetanei che razzolavano nei cortili s'ammalavano di rado». Come s'arriva alla tossina difterica? «Un giorno portarono in clinica un trentenne in gravissime condizioni. “Difterite maligna”, sentenziò l'internista. L'infezione è provocata da un bacillo che s'insedia nella gola e da quella sede produce una tossina micidiale che attacca tutti gli organi. Purtroppo il giovane morì. Lì ebbi un lampo: e se fosse il bacillo della difterite che entra nel corpo dei pazienti mentre operiamo sui tumori?». E come ci entra, scusi? «È un bacillo ubiquitario. Si trova dappertutto, anche qui, in questo ambulatorio. Solo che le nuove generazioni ne sono immuni, essendo la vaccinazione antidifterica obbligatoria per legge. Ebbi questa strana illuminazione: che il Corynebacterium diptheriae fosse in grado di danneggiare, insieme con gli organi vitali, anche i tumori». Che fece? «Decisi di provocare il cancro nei conigli iniettandogli nelle orecchie il 20-metilcolantrene, un idrocarburo dal forte potere oncogeno, ricavato dal bitume. Più complicato fu farmi consegnare dalla Sclavo la tossina difterica, anche perché può uccidere senza lasciare tracce». In che modo si ottiene? «Nei laboratori dispongono dei ceppi congelati. La coltivano su un normalissimo brodo di carne. Poi filtrano il liquido contenente la tossina e ricavano un liofilizzato in fiale». Che cosa notò inoculandola nei conigli? «Una regressione. La massa tumorale diminuiva di circa la metà. E ricominciava a crescere smettendo le iniezioni. Era il 1970. Telefonai subito a un amico farmacologo, Italo Maistrello, povero come me, figlio di pescatori di Porto Garibaldi, che lavorava alla Farmila di Milano. Lo pregai di venire a vedere. “Solo perché sei tu”, disse. Venne e rimase di sasso. “Bisogna provare la tossina su migliaia di topi singenici, cioè tutti uguali fra loro per sesso, età e peso; elaborare un programma; farci dare dall'Istituto Mario Negri i tumori sperimentali”, concluse. Optammo per il tumore di Ehrlich e il sarcoma 180. Ma a un certo punto i capi della Farmila, che produce colliri, convocarono Maistrello: “Che ci viene in tasca da questa ricerca?”. Lui rispose: “Prestigio”. Replicarono: “Il prestigio non è quotato in Borsa”. Oggi il mio amico lavora all'Ici, Imperial chemical industries di Londra». Come andarono le prove sui topi? «Quelli non trattati morivano in 16 giorni, gli altri in 32. Ma la vera sorpresa venne dall'ultimo esperimento su 100 topi nei quali avevo provocato il tumore di Ehrlich e poi iniettato la tossina difterica. A quattro mesi di distanza, 18 erano ancora vivi e sanissimi. Provai allora a reinoculargli il tumore nella stessa quantità: non attecchiva, lo rigettavano. Erano immunizzati». Che meccanismo d'azione ha ipotizzato? «Le cellule maligne dispongono di un gancio. Il Crm 197, come la tossina difterica, s'attacca a questo gancio provocando un'infezione. A quel punto scatta il sistema mmunitario, che va a distruggere il Crm 197. Col risultato di uccidere, insieme con la fotocopia della tossina difterica, anche le cellule tumorali. Metta di vedere una mosca sul muro: lei decide di ucciderla con una martellata. Così distrugge la mosca, ma butta giù anche un pezzo di muro. La mosca è il Crm 197, il martello è il sistema immunitario, il muro è il tumore». Quante iniezioni occorrono? «Sei sottocutanee, a giorni alterni, nell'addome. Con un richiamo ogni due mesi, per un totale di cinque richiami. Io ho preso i malati che mi capitavano. Sul melanoma risponde benissimo». È legale quello che ha fatto? «Non avrei potuto testare il Crm 197 neppure sugli animali. Ai pazienti facevo firmare una liberatoria. Non li ho mai sottratti alle terapie convenzionali e non ho mai preso un centesimo. Per precauzione ho consultato alcuni avvocati: a mio favore giocava solo la legge sullo stato di necessità. Se un analfabeta trova per strada un ferito che sta morendo dissanguato, è autorizzato a stringergli una cintura attorno alla vena tranciata, giusto? Quello ho fatto io. Ma è difficile comprendere quanto sia stato logorante, sempre con gli stessi malati, sempre in fase terminale...». Perché non ha sensibilizzato i politici? «Ho tentato. Credevano che cercassi un posto da assistente in ospedale, pensi un po'. I senatori comunisti Arrigo Boldrini ed Ennio Cervellati mi invitarono a pranzo a Grattacoppa, ma solo per chiedermi di visitare gratis alcuni loro amici». Poteva rivolgersi ai democristiani. «Mi portarono dall'onorevole Benigno Zaccagnini. Nonostante fosse medico, mentre parlavo scuoteva la testa in segno di negazione. Dopo un mese mi telefonò: “Ne ho discusso”, disse, senza precisare con chi, “ma non ha suscitato alcun interesse. Dipenderà dalla crisi economica. Sono molto spiacente”». Chi l'ha aiutata? «La povera gente. Come l'ex partigiano Paolo, un anticlericale granitico. Ho scoperto che alle feste dell'Unità ordinava ai compagni di venire nel mio ambulatorio anche se erano sanissimi in modo da farmi prendere l'onorario delle visite». Che differenza c'è fra lei e il professor Luigi Di Bella? «Ho ereditato una decina di suoi pazienti. In un caso ho visto una sicura riduzione del tumore, documentata da una Tac. Però il suo metodo non è stato sperimentato sugli animali e consiste in una miscela di sostanze, per cui non si sa quale sia quella che realmente agisce. Senza contare che Di Bella non pubblicò mai i suoi studi sulle riviste che applicano la peer review, cioè la revisione da parte di almeno tre ricercatori indipendenti e anonimi nelle vesti di avvocati del diavolo». Possibile che in giro per il mondo nessuno abbia mai constatato questo meccanismo d'azione della tossina difterica? «Di recente ho ricevuto questa e-mail da Annette, una signora di New York. Descrive il caso del marito Dave, cinquantenne, portatore di melanoma all'ultimo stadio. Aveva polmoni, fegato e tibia zeppi di focolai. Da oltre un anno si sottoponeva alla chemio, senza alcun beneficio. Un'infezione l'ha costretto al ricovero in ospedale. Dai laboratori di Albany è arrivata la risposta: difterite del tipo mite. Il primo caso nella contea di Suffolk in 40 anni. In due settimane Dave è stato dimesso. Un mese dopo, la Pet di controllo ha scioccato i medici: “Liver cancer gone”, il cancro al fegato se n'è andato. Altre due Pet successive hanno dato identico risultato per polmoni e tibia. Dave è guarito. La moglie mi ha rintracciato digitando su Internet le parole chiave cancer e diphtheria». Perché non ha brevettato la sua scoperta? «Perché mi pareva poco etico speculare sul cancro. Che ci creda o no, è così».


Leggi l'articolo del Corriere della Sera del 21/03/2006


martedì 17 novembre 2009

CANCRO parte 1: La Vitamina B17

27 novembre: giornata mondiale sull’Immensa Balla della Ricerca sul Cancro….
….Regala un semino di mela, di albicocca o di altra frutta a tutte le persone che conosci, spiegando loro che tutti i semini di frutta contengono la vitamina B17: la vitamina che cura il Cancro, una terribile malattia che deriva da una semplice carenza di vitamina B17….e di altre vitamine…..

Dott. Giuseppe Nacci, Medico chirurgo - Specialista in Medicina Nucleare

La guerra contro il Cancro è stata definitivamente vinta cinquant’anni fa, ma nessun medico oncologo-ospedaliero ve lo confesserà mai. In realtà, la storia della “scoperta della cura del cancro” è vecchia di almeno 150 anni, o forse più, volendo risalire fino a Ippocrate di Kos e a ciò che dicevano i medici romani già nel Secondo Secolo Dopo Cristo….Lo scrittore Phillip Day, nel suo libro “Cancro, se vuoi la vita prepara la verità”,
http://www.biosa.it/it/apr-buch.htm
http://www.salutenatura.org/e107_plugins/content/images/file/53_se_vuoi_la_vita_prepara_la_verit.pdf
riprende gran parte del lavoro fatto dal grande scienziato americano Ernest Krebs, con le sue scoperte in merito all’utilizzo della vitamina B17 nella cura del cancro. In questa luce, la vitamina B17 è una vitamina naturale di “seconda linea” che interviene quando le vitamine naturali risultano essere insufficienti a tenere sotto controllo il turn-over cellulare, e cloni di cellule maligne hanno iniziato a formarsi nell’organismo, eludendo, almeno in parte, le difese immunitarie normalmente preposte, in primis nei linfonodi prossimali al tumore, come i linfociti Natural Killer. La storia “moderna” della vitamina B17 iniziò nel 1830, quando due scienziati francesi, Roubiquet e Bontron-Chariand, purificarono per la prima volta una strana vitamina, a cui fu dato il nome di Amigdalina o vitamina B17. Sette anni dopo, due scienziati tedeschi, Von Liebig e Woehier, scoprirono che questa strana vitamina, normalmente contenuta in tutti i semi della frutta (ad eccezione degli agrumi) poteva essere scomposta da uno specifico enzima, e soltanto da esso, in ioni-Cianuro, Benzaldeide e Glucosio. Ma fu soltanto più di un secolo dopo, nel 1950, che uno scrupoloso ricercatore americano, Ernest Krebs, iniziò a curare di nuovo il cancro con questa strana vitamina, che, dopo averla fatta bollire, evaporare in alcool, e quindi decantare in piccoli cristalli bianchi, ribattezzò “Laetrile”. La parola “Laetrile” è un acronimo della parola “LAEvomandeloniTRILE-glucoside. Essa è quasi equivalente all’Amigdalina naturalmente contenuta nei semini amari della frutta, con l’unica differenza di una molecola in meno di glucosio. Infatti la sua struttura chimica è: D-1 mandelonitrile-beta-glucuronide, mentre l’Amigdalina è D-mandelonitrile-bi-glucoside.
La vitamina B 17 è una molecola stabile, chimicamente inerte e non nociva se assunta nelle giuste quantità appropriate e sotto controllo medico.
Per saperne di piu’:
http://www.disinformazione.it/VitaminaB17.htm
http://www.disinformazione.it/laetrile.htm

lunedì 16 novembre 2009

Cuba, dura vita per la blogger Yoani Sanchez

La blogger cubana Yoani Sanchez ha, pochi giorni fa, denunciato di essere stata vittima di un «sequestro» con «molta violenza fisica e verbale» da parte di agenti della Sicurezza dello Stato. Secondo quanto ha detto la Sanchez, due persone in borghese hanno impedito a lei e ad Orlando Luis Pardo, anche lui blogger, di partecipare ad una manifestazione contro la violenza costringendoli a salire su una macchina privata. Mezz'ora dopo sono stati «lanciati» dall'auto per strada, lontano da dove sarebbero stati arrestati. «Pensavo che non ne sarei uscita viva. Mi hanno tolto i vestiti, mi hanno messo le gambe verso l'alto e la testa in giù per caricarmi in macchina», ha raccontato. «Con un ginocchio mi facevano forza contro il petto e io gli stringevo i testicoli. Poi mi hanno picchiato in testa». Tutto questo sarebbe successo dentro la vettura, nella quale una persona guidava e altre due picchiavano, secondo la Sanchez, autrice del blog Generacion Y. «È stato un sequestro nel peggior stile della camorra. Mi hanno detto: Fino a qui sei arrivata. Non farai più niente». Nello stesso momento un'altra blogger, Claudia Cadelo, e una sua amica sono state arrestate e costrette ad entrare in un'auto della polizia e sono state liberate successivamente. «Con una mossa di judo mi hanno costretta a salire in macchina, mentre portavano via Yoani con un'altra auto», ha detto Cadelo. Appena una settimana fa, le autorità cubane hanno bloccato l'accesso a un dibattito pubblico a L'Avana che aveva per argomento Internet, lasciando fuori blogger, dissidenti e diplomatici (questi ultimi sono stati poi ammessi a seguito delle proteste). La famosa blogger dissidente Yoani Sanchez era riuscita tuttavia ad entrare travestita con una parrucca bionda e occhiali. Quando le è stata data la parola, si è tolta la parrucca ed ha attaccato le autorità cubane per il «filtro ideologico» applicato a suo dire nel paese a internet e a tutte le manifestazioni del pensiero.

sabato 14 novembre 2009

Mau, la foresta che scompare

Il governo del paese africano vuole sfrattare 20mila famiglie che hanno contribuito al disboscamento della foresta Mau e alla siccità della zona. Peter Ole Nkolia mostra lo scheletro a terra di una delle sue mucche. Fino a poco tempo fa ne possedeva una cinquantina. Ora gliene sono rimaste solo quattro. Il Kenya sta affrontando una delle siccità peggiori degli ultimi anni, ma a differenza di quanto successo nel passato, questa volta sono stati trovati dei "colpevoli: "Spero solo che i coloni della foresta Mau vengano sfrattati - dice Nkolia - Se prosegue la distruzione della foresta, moltissime persone finiranno per soffrire e presto non si vedranno in giro solo gli scheletri degli animali, ma che anche quelli degli uomini" La foresta Mau è considerata, insieme con il ghiacciaio del Kilimangiaro e i laghi della Rift Valley, una delle riserve d'acqua più importanti del Paese, il cui ecosistema è stato però messo gravemente in crisi dal disboscamento prodotto dagli insediamenti agricoli, dal commercio di legname e dalla produzione di carbone. Tutte attività per la maggior parte illegali, che negli ultimi dieci anni hanno distrutto più di un quarto della foresta. Le colline Mau, una volta fitte di vegetazione lussureggiante, ora appaiono spoglie e divise in possedimenti. Enormi distese nere mostrano i fuochi dove la legna viene bruciata per produrre carbone. Il disboscamento di queste colline ha alimentato, per 24 anni, il potere dell'ex presidente Daniel arap Moi, che ha dato in concessione le terre in cambio di voti. La corruzione di alcuni funzionari statali ha fatto il resto, con il risultato che ora più di ventimila famiglie cercano di sopravvivere su quei campi. Ventimila famiglie che il governo ha deciso di sfrattare, che abbiano i titoli legali per possedere quella terra o meno. "Siamo spaventati - dice Kipkorir Ngeno, un insegnate che si è trasferito su queste colline nel 2001 e che qui ha avuto sei figli - Ci chiamano "abusivi" ... ma questa è la mia terra e non è illegale". Ha ragione Ngeno ad essere spaventato perché solo coloro che potranno mostrare dei documenti validi, e non falsificati, avranno diritto ad essere trasferiti da qualche altra parte nel Paese: sostanzialmente, secondo i primi calcoli, solo il 10 percento. Il Fiume Njoro, che nasce nella foresta Mau e scorre giù per le colline, è completamente secco. Il problema è grave perché l'acqua che si forma nella foresta alimenta diversi fiumi usati per produrre energia idroelettrica, e numerosi laghi, fra i quali il lago Vittoria, oltre che le riserve naturali di Serengeti, Masai Mara e Nakuru. La siccità rischia di colpire milioni di persone, ben al di là dei confini kenioti, e il danno economico viene stimato in 300 milioni di euro. Ma questo potrebbe non essere il problema peggiore, in un Paese in cui ogni tensione viene acuita dalle differenze etniche. Gli agricoltori Masai come Nkolia sono esasperati e le milizie Masai sono già pronte a colpire i coloni della foresta, per la maggior parte di etnia Kalenjin. Il rischio di un conflitto interno è alto. "Non posso starmene qui a soffrire mentre loro stanno bene - conclude Nkolia - Quando il mio campo sarà completamente secco andrò da loro e il risultato sarà un conflitto. Così come stanno andando le cose non va affatto bene".

venerdì 13 novembre 2009

Fucking Berlin

Fucking Berlin e' la confessione scandalo di una studentessa italiana a Berlino
Il marito sbagliato, il lavoro sbagliato, l’amante sbagliato. È una serie di scelte sbagliate che permetterà a Sonia, giovane donna siciliana, ex studentessa di giorno e prostituta di notte, di reagire trascinando la sua vita nella direzione che lei hai scelto. Sonia ha 18 anni quando lascia le Lipari per trasferirsi a Berlino con l’intento di imparare il tedesco e iscriversi, l’anno seguente, alla facoltà di matematica dell’Università Humboldt. A casa non le era mai mancato niente, ma questo non significa che la sua famiglia sia ricca: per mantenersi agli studi Sonia deve lavorare. Inizia come cameriera, ma la paga è misera e i soldi non bastano mai. Poi incontra Ladja, polacco, clandestino a Berlino, un po’ spacciatore e un po’ prostituto, di cui si innamora a tal punto da sposarlo, per scoprire solo in seguito che i problemi lavorativi dell’ormai marito non erano dovuti alla mancanza di un permesso di soggiorno, bensì alla mancanza di voglia di darsi da fare. Così Sonia, che nel frattempo ha iniziato l’università, comincia a fare la spogliarellista per un sito erotico. Un lavoro semplice e ben pagato: basta spogliarsi davanti a una webcam. Da lì al bordello (del tutto legale a Berlino) il passo è breve, e in tre anni Sonia Rossi ha accumulato esperienze di vario livello sociale, lavorando in quartieri diversi e quindi frequentati da persone di diversa estrazione economica, ma soprattutto storie da raccontare: dall’uomo che entra per una sveltina mentre la moglie cerca parcheggio, alla moglie di un cliente abituale che chiama per far sapere alle ragazze che il loro cliente ha avuto un infarto, all’innamorato della prostituta che non sa come dichiararsi. Insomma, Sonia ha incontrato uomini di ogni tipo, arrivando anche a esserne disgustata in alcuni momenti. Ma nonostante questo e nonostante l’amore nato per un uomo sposato che dice di ricambiarla ma che non lascerà mai la moglie, Sonia non riesce a lasciare il marito, inutile compagno di vita e continua fonte di problemi economici. Fino a quando un giorno si ritrova con un figlio da sfamare e il conto in banca prosciugato da un uomo che non riesce a crescere nemmeno dopo essere diventato padre. Allora reagire e riprendere la propria vita in mano diventa necessario. In un periodo in cui le biografie di studentesse prostitute si sprecano, il libro di Sonia Rossi si differenzia da tutti: diversamente da tutte le sue colleghe, Sonia non rimpiange quello che ha fatto, e nel suo libro non c’è né commiserazione né disperazione, ma il semplice racconto di una qualsiasi ventenne, che trascorre momenti più o meno belli, che passa le giornate all’università, esce con gli amici, fa degli sbagli e ne paga le conseguenze, e che trova una soluzione non propriamente ortodossa al problema di dover pagare le bollette a fine mese.

giovedì 12 novembre 2009

I bimbi di oggi vivranno 100 anni

Settimane lavorative più brevi all’interno di carriere per forza più lunghe e pensioni rinviate fino ai 70 anni. Nel futuro gli anni in salute aumenteranno, e la vita media continuerà ad allungarsi progressivamente "senza limiti"
C'e' in arrivo una generazione di centenari. Oltre la metà dei bimbi che nascono ora nei Paesi ricchi, potrà arrivare a spegnere le 100 candeline. Già oggi si vive più a lungo che in passato, ma soprattutto si trascorrono questi anni extra con minore disabilità e meno limitazioni nelle normali attività quotidiana.Non solo, settimane lavorative più brevi all’interno di carriere per forza più lunghe e pensioni rinviate fino ai 70 anni, secondo risultati preliminari, potrebbero in prospettiva allungare aspettativa di vita e anni in salute. È dedicata alla longevità una review pubblicata sulla rivista ‘Lancet’, a cura di ricercatori danesi.L’equipe del Danish Ageing Research Centre dell’università della Danimarca meridionale, guidata da Kaare Christensen, ha passato in rassegna un’incredibile mole di dati. Nel XX secolo l’aspettativa di vita si è allungata di ben 30 anni nella maggior parte dei Paesi sviluppati. Se le condizioni di salute non miglioreranno ulteriormente, circa 3 bimbi su 4 arriveranno a 75 anni. Ma dal momento che l’aspettativa di vita dovrebbe continuare a crescere, sostengono i ricercatori, gran parte dei piccoli nati dal 2000 in poi festeggerà il centesimo compleanno. Di questo passo, se tali trend positivi proseguiranno, la vita media continuerà ad allungarsi progressivamente "senza limiti". Già oggi la mortalità fra gli ultraottantenni è in continuo calo nei Paesi sviluppati, caratterizzati da un tasso di decessi fra bambini e giovani adulti piuttosto basso. Intervenendo a tutela della fascia d’età più ‘fragile', cioè gli anziani con più di 80 anni - suggeriscono gli autori dell’analisi - il genere umano potrebbe virtualmente diventare ‘highlander’. Per alleviare il carico economico che affronta una società sempre più grigia, l’equipe propone una revisione dell’organizzazione del lavoro, visto che per forza di cose le persone dovranno rimandare la pensione

mercoledì 11 novembre 2009

L'Australia è il paese più inquinante al mondo

Sono notoriamente gli americani ad aver sempre avuto il disonore di essere la popolazione più inquinante al mondo, ma lo scettro è ora passato agli australiani, che risultano essere gli individui con più emissioni di Co2 pro capite. Questo secondo uno studio dell’agenzia di consulenza inglese Maplecroft , che ha piazzatto gli australiani al primo posto con 20,58 tonnellate di CO2 all’anno, su una lista di 185 nazioni e rispettive popolazioni. Al secondo posto spiazza l’inatteso piazzamento degli olandesi, e al terzo l’Arabia Saudita. L’Australia si è formalmente impegnata a ridurre entro il 2020 le proprie emissioni del 25% rispetto al 2000, per riconsegnare questo deplorevole scettro di nuovo all’America.

.............e sono 3, buon Compleanno !!!!!


Oggi e' il terzo anniversario della nascita del blog.

Buon Compleanno agli amici di M.A.V.A.F.F.A.N.C.U.L.P.

Trovate 22 galassie, le piu' antiche

Identificate grazie al telescopio spaziale Hubble da un gruppo di astronomi statunitensi e giapponesi. La loro età è di poco meno di 13 miliardi di anni
Da oggi l'universo ha qualche segreto in meno: un gruppo di astronomi statunitensi e giapponesi ha individuato 22 galassie grazie al telescopio spaziale Hubble. L'importante scoperta è stata pubblicata nel numero di dicembre dell’Astrophysical Journal. Questi oggetti misteriosi sono i più antichi finora scoperti: sono nati 787 milioni di anni dopo il Big Bang, quando l’universo era molto giovane, e hanno quindi poco meno di 13 miliardi di anni. La caratteristica è che risultano invisibili per il fatto che la radiazione luminosa che emettono non riesce ad essere filtrata a nessuna lunghezza d’onda ed e’ quindi impossibile da percepire. E’ la prima volta che viene calcolata l’età di galassie così antiche e i ricercatori, coordinati da Masami Ouchi dell’osservatorio Carnegie, sono riusciti a farlo seguendo le tracce dell’idrogeno prodotto al momento del Big Bang. L’idrogeno è infatti il testimone più diretto dell’origine dell’universo. Si è formato infatti circa 400.000 anni dopo il Big Bang, quando la temperatura ha cominciato a raffreddarsi ed elettroni e protoni si sono combinati dando origine a questo elemento. Circa un miliardo di anni dopo il Big Bang l’idrogeno ha cominciato a formare le stelle nelle prime galassie. La Wide-Field Camera 3 del telescopio Hubble e il telescopio giapponese Subaru hanno permesso ai ricercatori di esplorare una vastissima area dell’universo giovane (100 volte più vasta di quelle osservate finora) utilizzando filtri di tipo diverso, fino a trovare la lunghezza d’onda esatta per riuscire a vedere la radiazione debolissima, tanto da essere invisibile con altri strumenti, emessa dalle stelle più antiche.