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venerdì 24 dicembre 2010

L'INVASIONE DI CHRISTMAS ISLAND

Tutti gli anni Christmas Island, in Australia, viene attraversata da milioni di granchi rossi che percorrono chilometri per andare a riprodursi in riva al mare. Animali in genere molto pigri, dove trovano le risorse per un'impresa titanica costellata di pericoli? Una nuova ricerca ha trovato la risposta.

Orde di di granchi rossi (Gecarcoidea natalis) in migrazione si riuniscono sulle spiagge di Christmas Island, Australia.

Una nuova ricerca getta luce su un mistero che ha sempre incuriosito gli studiosi: come mai una specie così pigra e sedentaria trova il coraggio e la forza di “sobbarcarsi una delle migrazioni più difficili al mondo?”, come si è chiesta la coautrice della ricerca Lucy Turner. Ogni anno, quando arriva la stagione delle piogge a Christmas Island, milioni di granchi rossi dell'isola intraprendono un viaggio dalle foreste pluviali degli altopiani verso le spiagge dell'Oceano Indiano dove si riproducono dentro tane scavate a riva. “È un'impresa stupefacente: questi animali, che in genere non sono in grado di muoversi per più di 10 minuti, si mettono in marcia per chilometri e chilometri”, dice Turner, biologa della University of Bristol in Gran Bretagna. Conducendo alcune analisi sul fluido circolatorio - l'equivalente del sangue - dei granchi migranti, Turner e colleghi hanno scoperto che un aumento dell'ormone iperglicemico - o glucanone - dei crostacei, combinato con il glucosio, uno zucchero che produce energia, procura la forza necessaria per l'epica traversata dell'isola. Il sistema endrocrino dei granchi accumula una quantità di zuccheri sufficiente per consentire il loro ritorno a casa nella foresta pluviale.
Lo studio è pubblicato su Journal of Experimental Biology.

lunedì 22 novembre 2010

LA VERA ORIGINE DEI CANI

I cani hanno avuto origine in Medio Oriente e non in Europa o in Cina, come si sospettava finora. Lo dimostra la più vasta analisi genetica mai condotta sul Dna dei cani e dei lupi, i loro parenti più prossimi nella scala evolutiva. La ricerca, pubblicata su Nature, si deve a un gruppo internazionale coordinato dall'Università della California a Los Angeles (Ucla). L'area di origine dei cani è perciò la stessa nella quale sono nati i gatti domestici e molti animali da allevamento, così come l'agricoltura. La scoperta è stata una sorpresa per i ricercatori perché nessun reperto archeologico ha mai dimostrato che i cani abbiano avuto origine in quella zona. "I cani sembrano avere molte più somiglianze genetiche in comune con i lupi grigi del Medio Oriente che con le altre popolazioni di lupi nel resto del mondo", ha detto uno degli autori della ricerca, il biologo evoluzionista Robert Wayne, dell'Ucla. L'analisi genetica che lo dimostra è una delle più vaste mai condotte finora sul Dna dei cani: "Siamo stati in grado di studiare una quantità di campioni senza precedenti", ha detto la coordinatrice della ricerca, Bridgett vonHoldt, dell'Ucla. I campioni sui quali si basa lo studio sono stati raccolti da oltre 900 cani provenienti da 85 allevamenti e da oltre 200 lupi grigi selvatici in popolazioni di Nord-America, Medio Oriente e Asia Orientale. Nel patrimonio genetico dei cani sono stati individuate oltre 48.000 "posizioni" memorizzate in chip genetici: in questo modo è stato possibile confrontare tutti i campioni di Dna analizzati nella ricerca. Le prime testimonianze archeologiche della presenza dei cani in Medio Oriente risalgono a circa 13.000 anni fa, mentre i lupi sono presenti nel Vecchio mondo da centinaia di migliaia di anni. Le più antiche testimonianze archeologiche relative ai cani sono quelle trovate nella Russia occidentale, che risalgono a 31.000 anni fa, e quelle trovate in Belgio, che risalgono a 15.000 anni fa.


venerdì 19 novembre 2010

BATTERI MOSTRO

I ricercatori hanno scoperto che le rimanenze di medicinali stanno dando vita a "batteri-mostro”, resistenti ai farmaci che prosperano all'interno degli squali. Ciò suggerisce che antibiotici come la penicillina vengano dispersi nell'ambiente, spingendo batteri resistenti ai farmaci a evolversi e moltiplicarsi in mare. "I batteri riproducendosi possono trasferire materiale genetico”, dice il responsabile della ricerca Mark Mitchell, professore di clinica veterinaria alla University of Illinois a Urbana-Champaign. Mitchell e i suoi colleghi hanno trovato batteri resistenti agli antibiotici in sette specie di squali (tra cui squalo toro e squalo limone) ma anche in un pesce commestibile, Sciaenops ocellata, che vive nelle acque costiere del Belize, della Florida, della Louisiana e del Massachusetts. Benché la resistenza ai farmaci possa anche essere frutto di mutazioni casuali nei batteri, vi sono testimonianze schiaccianti dell'origine umana di questa caratteristica, afferma Mitchell. "Cosa fa la gente quando non finisce gli antibiotici? Li butta nello scarico o nell'immondizia”, dice lo studioso. I batteri esposti ai medicinali sviluppano resistenza, dice Mitchell, quindi "corriamo il rischio di creare questi batteri-mostro”. Che, a loro volta, possono causare malattie particolarmente virulente negli squali e nei pesci. Ma i ricercatori sono preoccupati che questi batteri possano risalire la catena alimentare arrivando all'uomo. Benché gli squali non facciano normalmente parte della nostra dieta, noi mangiamo quello che mangiano loro: crostacei e pesci. Quindi, avverte Michell, dobbiamo prestare molta attenzione a quello che ingeriamo. "A me piace il sushi”, dice il ricercatore, "ma conoscendo i rischi cui vado incontro, cerco pesce sano e catturato in mare, dove l'esposizione ai farmaci può essere minore”.

lunedì 15 novembre 2010

PERICOLOSA MA PREZIOSA

Nonostante sia velenosa e sia uno degli animali più lunghi del mondo, la Cyanea capillata, nota anche come Medusa dalla criniera di leone, si sta rivelando un insolito e inaspettato difensore degli oceani contro l’invasione di una specie marina devastante per l’ecosistema, come spiega la rivista ‘New Scientist’. La Cyanea è la medusa più larga conosciuta e contende il record di animale più lungo di tutti i tempi, con la sua pancia di oltre 2,5 metri di larghezza e i suoi tentacoli che possono allungarsi fino a 30 metri (circa la stessa lunghezza della balena blu). Aino Hosia, dell’istituto di ricerca marina di Bergen, e Josefin Titelman, dell’università di Gothenburg, hanno scoperto che la medusa ha come preda lo ctenoforo Mnemiopsis leidyi, un organismo simile alle meduse per forma, consistenza e trasparenza, innocuo per l’uomo ma molto dannoso per l’ecosistema marino, perché impoverisce le risorse ittiche mangiando le uova e le larve dei pesci. Originario dell’Atlantico occidentale, si è poi diffuso nel Mar Nero con le acque di zavorra delle navi ed è arrivato anche nel Mediterraneo, soprattutto nella laguna di Orbetello. ”La medusa criniera di leone – spiegano i ricercatori – può dunque essere un valido aiuto nell’arginare l’invasione dei Mnemiopsis leidyi, che il 90% delle volte scappano dai loro attacchi, ma alla fine finiscono per soccombere”.

martedì 9 novembre 2010

AUTOSTRADA SERENGETI

L’integrità del parco del Serengeti è a rischio a causa di un’autostrada. Il governo della Tanzania vuole costruire una superstrada per il traffico commerciale tra Arusha e Musoma, che entrerebbe nell’area nord del Serengeti National Park, tagliando la rotta migratoria di 2 milioni di gnu e zebre. Secondo la Frankfurt zoological society (Fzs) questo potrebbe portare la popolazione degli gnu ad un quarto di quella attuale, perché non riuscirabbero più a raggiungere le aree di pascolo e di riproduzione, inoltre la strada aumenterebbe il conflitti uomo-animali, anche con incidenti stradali con perdite umane e di fauna, l’aumento del trasporto di bestiame invece farebbe aumentare le malattie. Per la Fzs “queste aree wilderness sono un habitat fondamentale per specie minacciate come rinoceronti e licaoni e con molte buone ragioni il piano di gestione del Parco nazionale del Serengeti non consente strade commerciali in tutto questo settore”. L’istituto tedesco non mette in dubbio che siano necessarie infrastrutture stradali per aiutare gli agricoltori a raggiungere i mercati e che sulla carta il percorso della strada proposta sensato perché è il più breve tra i centri abitati esistenti nel Serengeti: “Ma siamo sinceramente convinti che la strada avrà effetti disastrosi per l’intero ecosistema”.

sabato 30 ottobre 2010

HANNIBAL

I media britannici hanno riportato la storia di un cigno decisamente fuori dal comune, ribattezzato "Hannibal" - come il celebre cannibale interpretato da Anthony Hopkins ne Il Silenzio degli Innocenti. Per difendere il suo territorio, un laghetto vicino al castello di Pembroke (Gran Bretagna), il cigno Hannibal si avvicina ai cigni "rivali", li ferisce a colpi di becco, li tiene fermi con le sue ali e li tiene sott'acqua fino ad annegarli. Dopo averli uccisi, va a prendere la compagna e la prole e li porta a vedere i corpi delle sue "vittime". I residenti, terrorizzati dalle gesta del cigno assassino, hanno raccontato tutto al quotidiano Western Telegraph: racconto confermato anche da Maria Evans, della protezione animali britannica, che ha detto di aver recuperato almeno 15 cadaveri negli ultimi due mesi, più altri cigni gravemente feriti. È un cigno orribile, non ho mai visto un animale così aggressivo. Alla gente non piace per niente», ha detto la Evans. «Dopo che li uccide, sembra sempre orgoglioso di ciò che ha fatto», ha detto uno dei residenti, testimone di alcuni degli omicidi. Gli esperti sostengono che lo strano comportamento di Hannibal sia dovuto all'inquinamento. Ora l'animale sarà portato via dal suo laghetto per essere sottoposto ad alcuni test.

giovedì 7 ottobre 2010

FORMICHE ESPLOSIVE

Le missioni suicide non sono una prerogativa solo degli uomini, ma anche delle formiche. Lo afferma l'etologo Mark Moffett, che nel suo libro appena uscito Adventures Among Ants (avventure fra le formiche) descrive un caso in cui una operaia si fa letteralmente esplodere per respingere un invasore. Lo scienziato ha fatto la sua scoperta con una spedizione nel Borneo, durante la quale ha preparato una trappola con un po' di miele alla base di un albero colonizzato da formiche cilindriche. La trappola ha attirato un'altra specie di formiche, che hanno cercato di penetrare all'interno dell'albero. "Quando una delle formiche 'straniere' ha cercato di superare una formica cilindrica - si legge nel libro - quest'ultima ha 'detonato', rompendo il proprio corpo e rilasciando una sostanza tossica giallastra che ha ucciso all'istante la rivale". Secondo Moffett questo non è l'unico 'sacrificio' che avviene nel mondo delle formiche: un'altra specie ad esempio usa delle 'porte viventi', cioé degli esemplari che si incastrano perfettamente nelle aperture dei formicai e che lasciano passare le compagne solo dopo che queste si sono 'fatte riconoscere' con un colpo di antenna. In caso contrario la formica rimane al suo posto impedendo fisicamente l'accesso agli estranei. Anche in Brasile, riporta sempre il libro, ci sono formiche che si sacrificano:"Fuori dai nidi di Forelius Pusillus ogni notte si fermano fino a otto esemplari, che passano il tempo a mimetizzare l'entrata - spiega lo scienziato - entro l'alba muoiono tutte, per motivi sconosciuti". Secondo Moffett la causa di questi comportamenti può essere spiegata dalle dimensioni delle colonie: "La colonia è come un unico organismo vivente - spiega - in caso di pericolo è disposta a sacrificare una parte di sé per salvarne una più grande".

lunedì 4 ottobre 2010

TROPICAL LIGURIA

Dopo Portofino la Gallinara. L’isola che si affaccia su Albenga e Alassio è destinata a diventare simbolo di una nuova riserva marina. “Cernia bruna” e “cernia corvina” sono tornate nel loro habitat naturale, nelle acque antistanti quello che fu il rifugio di San Martino di Tours. Nei fondali dove “dormono” relitti risalenti al V secolo a. C. hanno colonizzato anche specie ittiche provenienti da mari più caldi. Pesci come la “bavosa africana”, lo “scorfano di Madeira” e la “donzella pavone” si sono impadroniti in parte del bacino circostante la Gallinara. Una scoperta di indubbio interesse, dopo un monitoraggio attento di alcune miglia di fondale. Un lavoro minuzioso quello fatto da Andrea Molinari, biologo marino, presidente della Cooperativa di ricerca “RSTA” di Genova, che ha monitorato le specie di pesci che vivono nei fondali di quella che sarà la futura area protetta. «Grazie allo studio effettuato insieme ad altri ricercatori sono emersi particolari interessantissimi legati ai fondali marini prospicienti l’isola Gallinara - spiega Molinari - L’attenta visione del mondo sommerso ci ha permesso di evidenziare la presenza di una fauna ittica di ragguardevoli dimensioni. Abbiamo anche accertato che è iniziato un consistente ripopolamento delle aree limitrofe a quello che dovrà diventare “parco naturale”, con evidenti benefici per la pesca». Andrea Molinari descrive l’ambiente subacqueo ricordando come anche poche settimane fa sia stato pubblicato dal “Italian Journal of Zoology” una lunga serie di notizie riferite anche all’attività di ricerca condotta nel 2005 e finalizzata a fornire informazioni al ministero dell’Ambiente inerenti e propedeutiche alla creazione della “Area Marina Protetta”. I dati forniti al ministero, tutti di tipo scientifico e socio- economico, dovranno essere utilizzati per dare una definitiva spinta per la protezione dei fondali circostanti l’Isola Gallinara. La grande “tartaruga” che sembra galleggiare a poche centinaia di metri dalla terraferma diventerà simbolo di protezione di quella variegata popolazione ittica che sembra, di giorno in giorno, mutare dando al Mediterraneo l’imprimatur definitivo di mare adeguato anche al vivere di pesci abituati in acque sicuramente più calde. L’incursione termica, certamente, continuerà ad essere al centro della sperimentazione scientifica. Altro tema di particolare interesse, legato alla nascita della futura “marina protetta”, è lo stato di sfruttamento delle risorse ittiche. «Si può parlare di sovrasfruttamento della fauna ittica- aggiunge Molinari- e ciò è emerso dagli accertamenti che hanno poi portato la ricerca a dare indicazioni precise sulle possibili zone da sottoporre a maggiore e rapido recupero delle aree di popolamento ittico. Non è stato dimenticato quanto importante sia l’area della Gallinara per alcune categorie economiche come quelle legate al turismo e alla pesca professionale». E in merito alla pesca è stato anche sottolineato dai ricercatori come in passato molti siano stati gli ostacoli messi in atto per evitare la creazione di riserve marine. «Deve essere chiaro il fatto che oggi il nostro lavoro ha permesso anche di evidenziare come i parchi marini siano di beneficio al ripopolamento dei pesci». Andrea Molinari ricorda anche che in un recente congresso della “Società Italiana di Biologia Marina” siano stati presentati lavori svolti nel parco di Portofino, area protetta istituita dieci anni fa, dove la pesca professionale è consentita con “attrezzi da pesca selettiva”. Il monitoraggio ha permesso anche di evidenziare la presenza di specie ittiche di grandi dimensioni, pesci che hanno iniziato a ripopolare le aree limitrofe al parco con evidenti benefici per la pesca. Il presidente della cooperativa di ricerca genovese punta molto sul recupero del patrimonio naturalistico ed economico legato alla fauna ittica della Gallinara. «La creazione di un’area marina protetta intorno all’isola, istituita seguendo un approccio scientifico - conclude Molinari - potrebbe portare dei benefici non solo in termini di tutela dell’ambiente naturale ma anche in riferimento alle ripercussioni positive per quelle categorie economiche che guardano al mare come una risorsa da sfruttare in maniera eco-sostenibile».
FONTE IL SECOLO XIX Savona

venerdì 1 ottobre 2010

SUPER TELE

Tesse ragnatele sospese su fiumi e laghi il cui diametro raggiunge anche 25 metri, fabbricate con la seta naturale più resistente mai scoperta finora: è una nuova specie di ragno scoperta in Madagascar e descritta in due articoli pubblicati sulle riviste Journal of Arachnology e Plos One. Entrambi gli studi, che descrivono rispettivamente il ragno, chiamato Caerostris darwini, e le proprietà della sua seta, sono stati condotti da un gruppo di ricerca americano dell’universta’ di Akron. ”Questa incredibile scoperta – osserva uno degli autori, Todd Blackledge – è importante per due ragioni: suggerisce che questi ragni potrebbero aver sviluppato nuovi meccanismi per produrre o assemblare la loro super seta e apre nuove applicazioni tecnologiche perché l’imitazione della seta potrebbe portare a nuovi materiali ultra resistenti”. I test condotti dai ricercatori hanno dimostrato che la seta della ragnatela combina forza ed elasticità ed è 100 volte più resistente di tutte le altre sete conosciute, risultando così il materiale biologico più forte mai scoperto finora.

giovedì 30 settembre 2010

PALAU & HONDURAS

Oggi parliamo di Palau e dell’Honduras , cosa hanno in comune questi due piccoli stati? Qualcosa di molto speciale, mercoledi di due settimane fa i due presidenti dei piccoli paesi, Johnson Toribiong di Palau e l’hoduregno Porfirio Lobo, si sono incontrati a New York nell’ambito di una conferenza su “Poverta’ e Biodiversita’” ed hanno firmato una dichiarazione congiunta dove si invitano altri paesi a salvaguardare gli squali, predatori sempre piu’ minacciati dall’uomo. “Crediamo che sia interessa di tutti avere un ecosistema sano, questo puo’ esistere solo avendo animali sani e protetti come lo squalo” Le acque dei due paesi sono teatro di un ripopolamento del grande predatore senza precedenti. Gli attivisti e ambientali fanno notare che 73 milioni di squali vengono uccisi annualmente solo per alimentare l’appetito dell’ Asia' o per la pregiatissima minestra di pinna di pescecane. Lo sfruttamento eccessivo senza ritengo di questo animale ha ridotto il loro numero del 90 per cento durante gli ultimi 50 anni. L'anno scorso Palau ha istituito nelle proprie acque un santuario per proteggere gli squali e l'Honduras ha istituito parchi marini allo stesso scopo " Ci riteniamo molto fieri di proteggere il nostro ambiente - ha aggiunto Toribiong - gli squali sono necessari per il nostro ambiente , sono indispensabili per un oceano, sano- non sono certamente una minaccia. " " Senza squali, la salute dell'oceano si deteriorerebbe” ha aggiunto Porfirio Lobo. ." Nella loro dichiarazione congiunta, i due presidenti hanno fatto notare che uno squalo vivo frutto molto di piu’ di uno morto; grazie al ripopolamento effetuato si e’ calcolato che si guadagna molto di piu’ con un animale che attrae turisti verso le barriere coralline. I presidenti hanno citato uno studio che dimostra che un singolo squalo della scogliera ha un valore rinnovabile a livello turistico di circa $US33,000 all’ anno contro il suo esiguo costo pescato e destinato alle cucine asiatiche che e’ di soltanto $US32 ($A33.58) .

domenica 19 settembre 2010

INGORGO TRICHECO

In ogni migrazione c’è una promessa. Quella di tornare da dove si è partiti. Ripercorrere i passi, volare o nuotare fino a che le forze ti tengono a galla. Fino a casa. Non sempre è così. A volte va per il meglio, altre è tragica. A Point Lay, un piccolo villaggio di 234 abitanti sulla costa nord-ovest dell’Alaska, non si erano mai visti così tanti trichechi. Gli scienziati dicono si tratti di una migrazione di massa sulla terra ferma «senza precedenti». Ne hanno contati decine di migliaia, soprattutto mamme e cuccioli: 10 o 20 mila, forse più. Ammassati uno accanto all’altro, in un tratto di costa di pochi chilometri. Sono scappati dal surriscaldamento climatico, dallo scioglimento dei ghiacci. Non trovando una banchina per rifiatare (e senza riposo rischiano la morte), si sono rifugiati qui.Il loro destino potrebbe essere tragico. Per vederli basta andare sulla strada principale del villaggio, quella che guarda l’oceano. Il sindaco Leo Ferreira, che li osserva dall’alto e ha invitato turisti e cittadini a non disturbare gli animali, dà la colpa all’aumento del traffico marittimo che costringerebbe i trichechi a deviare verso la riva. Ma gli scienziati dell’Us Geological Survey non la pensano così, la causa è la diminuzione di ghiaccio marino artico. Le uniche altre due occasioni in cui erano arrivati su queste spiagge (in numero nettamente inferiore) erano state nel 2007 e nel 2009, due anni in cui le temperature dell’acqua erano state particolarmente elevate. Come in ogni stagione estiva, le femmine di tricheco si prendono cura dei cuccioli nel mare di Chukchi, tra Alaska e Russia, il corridoio migratorio. I blocchi di ghiaccio vengono usati come banchine su cui sostare almeno una volta al giorno, dopo essersi procacciati il cibo necessario alla sopravvivenza. Ecco perché, non trovandoli più, si sarebbero trasferiti sulle coste dell’Alaska divenendo però «molto» più vulnerabile. Un fenomeno preoccupante che potrebbe segnalare il pericolo di un imminente estinzione del mammifero marino per colpa dei cambiamenti climatici. Il ghiaccio marino artico in questo mese è sceso al terzo livello più basso nella storia e, secondo gli scienziati, l’intera calotta Chuckchi potrebbe trovarsi a essere priva di ghiaccio durante agosto, settembre e ottobre entro la fine di questo secolo. Le probabilità di estinzione o di grave declino demografico entro il 2095 del tricheco arrivano a toccare il 40%. «A meno che non riduciamo drasticamente le emissioni di gas serra» ha commentato Rebecca Noblin del Centre for Biological Diversity. Intanto, a Point Lay i voli sono stati sospesi per evitare che il rumore degli aerei possa spaventarli. L’anno scorso più di cento trichechi morirono schiacciati l’uno sull’altro nel tentativo frenetico di gettarsi in mare dopo essere stati spaventati da alcuni rumori nelle vicinanze. Gli scienziati, intervistati dall’Alaska Dispatch, non sanno esattamente quanto possa resistere un tricheco in mare se non ha la possibilità di fermarsi da qualche parte. La loro ipotesi è che per una femmina in normali condizioni di salute la resistenza possa essere al massimo di dieci giorni. I maschi invece possono resistere più a lungo nonostante il loro peso. L’obiettivo dei ricercatori ora è monitorare i movimenti delle mamme per capire quanto devono allontanarsi da Point Lay per procacciarsi il cibo di cui hanno bisogno e quanto questi spostamenti incidano sulle loro condizioni di salute e su quelle dei cuccioli.
fonte Il Secolo XIX

venerdì 17 settembre 2010

VIAGGIATORI CLANDESTINI

Prendono aerei, navi, treni e macchine. Fanno migliaia di chilometri, sorvolano oceani, valicano montagne, attraversano deserti e, arrivati a destinazione, stanno così bene che la maggior parte delle volte non se ne vanno più. Sono gli animali e piante “esotici” che, portati dall'uomo più o meno intenzionalmente, cambiano il domicilio d'origine e colonizzano in pianta stabile nuove zone. Causando spesso e volentieri non pochi problemi alla biodiversità locale. Dalla notte dei tempi gli uomini, nelle loro migrazioni, hanno introdotto semi, germogli e animali portati dai Paesi d'origine e introdotti in quelli conquistati. Un esempio eclatante? Il cavallo portato nelle Americhe dai conquistadores spagnoli. Alcuni esemplari scapparono in Messico, e ritornarono allo stato selvatico, si rinselvatichirono dando vita alla razza Mustang e arrivarono fino alle praterie, furono poi riaddomesticati in seguito dai Pellerossa. Ora, però, grazie allo sviluppo delle comunicazioni, del commercio, del turismo il numero e la varietà di invasori sta raggiungendo livelli di guardia in molti paesi. Clandestini nei cargo di legname e verdure, come i pericolosi scorpioni africani trovati a Malpensa la scorsa primavera, souvenir nelle valige di turisti poco consapevoli o viaggiatori legali (ma non sempre) destinati ai negozi di pets esotici, gli invasori stanno raggiungendo tutti i continenti. La presenza di animali alloctoni, quelli cioè che dal punto di vista evolutivo non appartengono al luogo in cui si trovano e rappresenta un pericolo per la biodiversità del paese ospite e uno sconvolgimento dell'equilibrio preesistente, che si è creato in milioni di anni di evoluzione. La loro introduzione va monitorata e regolata perché provoca cambiamenti radicali, l'estinzione delle specie endemiche e, non per ultimo, il possibile propagarsi di malattie e infezioni. Sono più di 7.000 le specie di animali a rischio, secondo i recenti dati presentati dall'Iucn, Unione internazionale per la conservazione della natura, di cui il 30% è minacciato proprio dalla presenza degli invasori.

sabato 11 settembre 2010

CEMENTO E CARETTE, UNA VERGOGNA TUTTA ITALIANA

È il paradiso della caretta caretta, che ha scelto Galati, in provincia di Reggio Calabria, come luogo per nidificare. Qui, dice Legambiente, avvengono il 70 per cento delle nidificazioni totali in Italia. Ma ora, scrive Repubblica, una colata di cemento rischia di cacciare le tartarughe marine. A soli trenta metri dal mare, quando la legge italiana prescrive che non si possa costruire a meno di 300 metri dall’acqua, è previsto un super complesso di impianti sportivi, ville, campi da golf, un centro commerciale e un albergo. Una ventina di villette sono già in piedi, qui completate. Case “costruite sopra cinquemila metri quadrati di dune, e che danneggiano così il preziosissimo habitat”, denuncia al quotidiano di largo Fochetti il presidente di Legambiente Calabria, Antonio Morabito. E siamo solo all’inizio, avverte. Il progetto prevede anche un centro commerciale, un albergo club house, impianti sportivi, piscine, campi da golf a 18 buche nel territorio a maggior rischio desertificazione della provincia reggina. Il tutto per un’estensione di 11.42 ettari”. Il tutto dove, nel 2006, con il progetto Tartanet 1 nacque il “Centro per il soccorso e il recupero delle tartarughe marine”, proprio per la notevole presenza di questi animali. “Ci troviamo, denuncia dice Nunzio Cirino Groccia, della segreteria nazionale Legambiente, non solo all’interno del Parco regionale marino Costa dei Gelsomini, ma anche in un’area prossima al Sito di Interesse Comunitario Spiaggia di Brancaleone, istituito proprio allo scopo di tutelare la spiaggia e la duna dalle minacce costituite dell’urbanizzazione e degli insediamenti balneari”. “Il via libera alla lottizzazione, spiega Groccia, è una variante urbanistica approvata in fretta nel 2006, per un’area già sottoposta a numerosi vincoli ambientali e paesaggistici, da parte di una giunta caduta tre anni fa sotto i colpi della Procura di Perugia. E proprio per una vicenda di autorizzazioni a costruire”. Gli elementi che mettono a rischio la nidificazione delle caretta caretta sono tanti: tra questi anche l’illuminazione, i rumori, la pulizia della spiaggia con mezzi meccanici. “Più viene antropizzata più le Caretta Caretta rischiano di morire. Senza contare che per fare il campo da golf in quella zona praticamente desertica, occorrerà realizzare pozzi per l’emungimento e questo inciderà sull’ambiente”. Nel sito della società costruttrice 2 – che si chiama Rdv, Rosa dei Venti – il complesso “Gioiello del Mare” viene definito “uno splendido Resort progettato nel rispetto dell’ambiente”. Morabito sottolinea l’assurdità di questa affermazione: “Basti pensare che la società costruttrice ha sede in una delle vecchie case costruite sulla spiaggia, recintata da un muro di cemento a forma di nave con gli oblò. E’ vero che sono case edificate prima della legge attuale, ma non mi sembra affatto una scelta che indica rispetto per l’ambiente. Molte non hanno neanche l’impianto fognante. Per non parlare degli inerti buttati sulla vegetazione. Io ho visto il documento di valutazione ambientale che hanno mandato alla Regione: dentro si parla dei complessi che sorgeranno al di là della ferrovia ma non si fa cenno al gruppo di villette già costruite a trenta metri dal mare, proprio sulla duna. Basta aprire la porta per trovarsi in spiaggia”. Per questo motivo che Goletta Verde ha assegnato una Bandiera Nera, il riconoscimento destinato ai ‘nemici del mare’, “a chi ha la responsabilità di aver danneggiato diverse centinaia di metri quadrati di ecosistema dunale nella più importante area italiana di nidificazione per la tartaruga marina”: ovvero l’amministratore della RDV srl, l’amministrazione comunale di Brancaleone, il Dirigente del Settore Pianificazione Territoriale della Provincia di Reggio Calabria e il Dirigente della Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio.

venerdì 30 luglio 2010

NUOVE SCOPERTE IN AUSTRALIA

Squali preistorici con sei branchie, ruvetti giganti, sciami di crostacei e molte altre specie marine finora sconosciute sono state scoperte a 1400 metri di profondità al largo delle costa nordest dell'Australia. L'equipe di ricerca dell'università del Queensland, guidata dal neurobiologo Justin Marshall, ha usato attrezzature ad alta tecnologia per filmare in profondità nella barriera corallina detta Osprey Reef, 350 km a nordest di Cairns, con cineprese telecomandate sensibili alla luce di minima intensità, poggiate sul fondo marino. Tra le riprese di maggiore interesse, quelle del nautilo, un cefalopode che occupa una grande conchiglia a spirale, considerato uno dei 'fossili viventì. «Osprey Reef, è un'area del Mar dei Coralli di alto valore per la biodiversità, ed è quindi della massima importanza identificare gli ecosistemi e le specie che la abitano in profondità, dove non giunge la luce del sole», ha detto Marshall alla radio Abc. «Semplicemente non sappiamo che vita vi sià laggiù, e le nostre cineprese ora possono registrare le attività e i comportamenti nella più grande biosfera dell'Australia, le profondità marine». Secondo Marshall la ricerca potrà portare a nuove scoperte scientifiche. Sarà possibile studiare il funzionamento degli occhi e dei cervelli primitivi in un mondo senza luce, e questo aiuterà i neuroscienziati a comprendere meglio la vista umana. «Molte delle conoscenze su come le cellule nervose funzionano e comunicano è partita dalla ricerca sulle cellule nervose giganti dei polipi e di altri cefalopodi», ha spiegato. «Ora stiamo tornando a questi modelli originali, sia per il loro interesse intrinseco, sia per comprendere meglio i disturbi cerebrali che portano a condizioni come l'epilessia».

domenica 25 luglio 2010

VERGOGNOSA FAR OER



TUTTO QUESTO E' ASSOLUTAMENTE ASSURDO, BRUTALE E RACCAPRICCIANTE, E' NECESSARIO CHE QUALCUNO FACCIA QUALCOSA PER FERMARE QUESTO POPOLO INCIVILE. ODIO QUESTA GENTE CON TUTTE LE MIE FORZE.

Un banco di 236 piccoli cetacei della specie dei globicefali sono stati uccisi in maniera crudele, nonostante siano protetti, in una spiaggia delle isole danesi Faroe. La denuncia della cruenta strage di questi animali, detti anche delfini pilota, è stata diffusa dall’organizzazione ambientalista Sea Shepherd. La mattanza, (ATTENZIONE: le immagini sono molto crude e potrebbero urtare la vostra sensibilita...potreste iniziare ad odiare questo popolo anche voi) riferisce un comunicato dell’organizzazione che fornisce anche foto e video, è avvenuta nella cittadina di Klaksvik e ha riguardato i globicefali (in inglese: pilot whales) considerati protetti dalla ”Convenzione relativa alla conservazione della vita selvatica e dell’ambiente naturale in Europa” del 1979, la cosiddetta ”Convenzione di Berna” firmata anche dalla Danimarca. Le immagini sono state riprese da un attivista della Sea Shepherd che è riuscito a spacciarsi per uno studente svedese di cinematografia. Il metodo di uccisione dei cetacei viene definito ”crudele” perché prevede lo spiaggiamento degli animali ed il taglio della spina dorsale con coltelli: la morte, sottolinea l’organizzazione ambientalista nella nota, è ”lenta ed estremamente dolorosa” e puo’ durare anche quattro minuti. Le foto mostrano globicefali decapitati o sventrati e dall’attivista, Peter Hammarstedt, ha raccontato di aver visto ”piccoli estratti dal ventre della madre morta e lasciati a marcire sugli scogli”.

venerdì 23 luglio 2010

INCUBO MEDUSE

Da 6-7 anni continuano ad aumentare e, insieme, aumenta la diversità biologica: a favorire l’arrivo, puntuale, ogni estate delle meduse ci si mettono le condizioni climatiche sempre ”migliori”, la trasformazione del Mediterraneo in una succursale tropicale, e la ‘’sovrapesca”. Tanto che in questi giorni nell’alto Tirreno, tra Liguria e Toscana dove la situazione è più allarmante, se ne vedono sciami affacciarsi fino a riva. Le ripercussioni di questa invasione si avvertono sulla pesca, sul turismo e sulla salute. Non ha dubbi l’esperto di meduse, Ferdinando Boero, del dipartimento di biologia marina dell’università del Salento, che all’Ansa racconta il progetto di ‘’scienza dei cittadini” messo a punto grazie alla semplice osservazione delle meduse nei nostri mari. ”Ricevo un centinaio di segnalazioni al giorno – spiega Boero – per i bambini è diventato quasi un gioco, come andare a vedere i leoni allo zoo”. Il gioco marino dell’estate 2010 si chiama “Occhio alla medusa”, la seconda edizione estesa a tutto il Mediterraneo della campagna “Jellywatch 2010″ (un progetto del Ciesm, la Commission internationale pour l’exploration scientifique de la mer Mediterranee di cui e’ presidente il principe Alberto II di Monaco). Anche se le meduse, osserva l’esperto, ‘’stanno bene con qualsiasi temperatura dell’acqua” – ci sono, infatti, anche quelle artiche – ”un’ondata di calore potrebbe, per le nostre latitudini, fungere da amplificatore” di condizioni ideali. E la tendenza ‘’sulla base degli ultimi 6-7 anni” in virtù della ”tropicalizzazione del mar Mediterraneo” a causa dei cambiamenti climatici è di ”aspettarcene sempre di più” con ”una crescita anche della diversita’ biologica” di quelle specie che ”amano il calore delle acque tropicali”: in questo modo, e non soltanto per le meduse, ”il nostro bacino sta diventando un crocevia biologico” delle rotte di questi animali marini provenienti dall’oceano Indiano attraverso il canale di Suez o dall’Atlantico. L’espansione delle meduse trova, però, un’ipotesi di correlazione ”nella diminuzione dei pesci” sia per la sovrapesca che per ”la perdita di spazio ecologico” che, invece, le meduse, in quanto ”predatori e competitori”, riescono ”a guadagnare”. Il riscaldamento globale, rileva Boero, si può inserire – anche se servirebbero delle ricerche scientifiche – ”tra le cause concomitanti della fioritura di alghe” nei nostri mari. In Italia l’sos si concentra su enormi sciami di Velella avvistati nel mar Ligure, preso di mira per un gioco dovuto alle correnti marine, dove hanno colorato la battigia di blu dopo lo spiaggiamento ”tipico” di maggio-giugno. La loro presenza indica un ambiente in buone condizioni. Più giù, nel Tirreno centrale, sono comparsi mucchi ”in grandi quantita”’ di Pelagia, la medusa piu’ urticante del Mediterraneo, mentre dalle coste adriatiche arrivano segnalazioni di grandissime quantita’ di Aurelia, innocua e ”bella da osservare”. In queste settimane eè stata poi segnalata la ‘caravella portoghese’, la Physalia, che – dice Boero – ”non è una medusa ma un sifonoforo galleggiante molto urticante e dalle punture dolorosissime”. Anche quest’anno, da rarità mediterranea (l’ anno scorso si era fatta vedere in Corsica e Toscana), è giunto da Malta fino al Mar Ligure con esemplari dai tentacoli lunghi anche 20 metri in grado di pungere a distanza dal corpo principale. Dopo l’evasione dal mar Nero, nel 2009 fece la sua prima apparizione e anche quest’anno è tornata lungo le nostre coste la medusa killer di pesci, ma innocua per l’uomo, la Mnemiopsis leidy: in realtà uno ctenoforo, non una vera e propria medusa ma simile per consistenza gelatinosa e trasparenza che si nutre di uova e larve di pesci, che ha preso di mira ”in modo massiccio la Laguna di Orbetello dove potrebbero esserci ripercussioni per la pesca”. E quando si dovesse esser punti da una medusa urticante, Boero suggerisce rimedi istantanei come ‘’spargere sabbia bollente sulla puntura e rimuovere i tentacoli con una carta di credito, usandola come fosse un rasoio”.
FONTE: BLITZ QUOTIDIANO

giovedì 22 luglio 2010

LA BALENA SALTATRICE

Una coppia che stava facendo una gita in mare con uno yacht al largo di Città del Capo, in Sudafrica, deve essersela vista brutta quando una giovane balena, che si era avvicinata a loro, ha compiuto un salto ricadendo rovinosamente sulla barca. Ma l'incidente è finito bene perché la barca era di metallo e non è affondata, nessuno si è fatto male e anche il cetaceo, a quanto pare, se l'é cavata con delle escoriazioni. Ralph Mothes e la fidanzata Paloma Werner, in gita con la fidanzata sulla barca, che stava navigando fra Robben Island - l'isoletta dell'ex prigione di Nelson Mandela - e Blouberg, racconta ai media sudafricani di aver osservato la balena per mezz'ora. Poi l'animale ha cominciato a tuffarsi fuori e dentro l'acqua dirigendosi proprio verso di loro. "Ho pensato: non può essere in rotta di collisione con noi". Invece al terzo o quarto salto - le balene si esibiscono spesso accanto o davanti alle imbarcazioni - è piombata sullo yacht, portandosi via l'albero e sfondando il tetto della cabina e le paratie. Quindi é scivolata via "lasciando sulla barca un po' di pelle e di grasso", raccontano i due al Cape Times. "Grazie a Dio (la barca) era in acciaio. Se fosse stato di fibra di vetro ora saremmo storia, dice Paloma. "Siamo fortunati a essere ancora vivi", chiosa Ralph. Il Cape Times dice che ora le autorità per l'ambiente e il turismo stanno indagando per capire se il cetaceo era stato molestato. Un operator di una società di navigazione di Città del Capo che organizza gite di avvistamento di balene e delfini dice di aver notato in precedenza la stessa balena molestata da due imbarcazioni che le puntavano dritti contro.

martedì 20 luglio 2010

ESTINZIONE IMMINENTE

La tecnica è sempre la stessa: i bracconieri narcotizzano il rinoceronte, gli tagliano il preziosissimo corno con una motosega e poi lasciano morire l’animale. Una specie che rischia l’estinzione. L’ultimo esemplare è stato abbattuto mercoledì scorso, nel Kruger Park, la più grande riserva naturale in Sudafrica. Era una femmina, l’ultima nel suo branco. La sua morte è solo l’ultimo episodio di una carneficina che dura da anni e rischia di far scomparire i rinoceronti, sia bianchi che neri, dal continente africano. Secondo una recente conferenza del comitato Cites (Convenzione sul commercio internazionale delle specie protette) la caccia illegale dei rinoceronti ha raggiunto nel 2010 il suo massimo storico: basti pensare che nel 1970 si contavano 65 mila esemplari tra rinoceronti bianchi e neri e oggi ne sono rimasti appena 18 mila. Il corno di rinoceronte, però, è un oggetto molto ricercato: in Cina e Vietnam viene usato in medicina, in Medio Oriente è utilizzato per fabbricare preziosi manici per pugnali. E il traffico di corni di rinoceronte è molto fruttuoso: secondo un esperto italiano, Davide Bomben, un chilo di corno di rinoceronte può valere fino a 20.000 dollari.

domenica 27 giugno 2010

GAMBERO ROSSO A VENEZIA

Il gambero rosso della Louisiana, ritenuto estremamente distruttivo, è stato avvistato nella fontana di Via Garibaldi, a Venezia. Il timore è che il gambero si riproduca in fretta infestando le acque della laguna. A sottolineare il pericolo di un'infestazione di questa specie è il capogruppo Pdl alla Municipalità di Venezia Pietro Bortoluzzi. La fontana viene spesso «utilizzata in modo irresponsabile da alcuni cittadini privi di sensibilità per liberare animali acquatici od anfibi di qualsiasi tipo - precisa Bortoluzzi - risulta ora essere stato recentemente introdotto, non si sa se volontariamente o meno, il temuto gambero rosso, ad altissima potenzialità riproduttiva». Da qui «il concreto rischio di una sua facile diffusione nella zona di Castello e dei Giardini, vista la sua capacità di sopravvivere per molto tempo anche in luoghi lontani da specchi o corsi d'acqua, inclusi i giardini circostanti». Bortoluzzi sottolinea che un intervento tardivo renderebbe «molto più complesso e quindi costoso un successivo intervento per la sua eradicazione, da ritenersi pertanto indispensabile per garantire la biodiversità dell'ecosistema».

sabato 26 giugno 2010

MORIRE DI FREDDO

Sembra un paradosso, perché i pinguini ce li immaginiamo tra i freddi ghiacci dell’Antartico, ma è vero: cinquecento pulcini di pinguino africano sono morti in seguito all’ondata di freddo che ha colpito il Sudafrica la scorsa settimana. Ben la metà della colonia presente nella baia di Algoa, vicino a Pretoria: una vera e propria tragedia visto che il pinguino sudafricano, il Spheniscus demersus, è in via di estinzione. “I volatili marini deceduti avevano un’età compresa tra le poche settimane e i due mesi, solo poche piume addosso che non sono state sufficienti a proteggerli dal tempo freddo e umido che ha raggiunto l’isola di Bird”, ha detto la portavoce di San Parks Megan Taplin. Altri pinguini sono morti sull’isola di St Croix, vicino Port Elizabeth, dove vivevano in allevamento 300 coppie della specie. La sopravvivenza di queste colonie di pinguini è ora a rischio, dato che il numero della popolazione era già in diminuzione. La morte di un certo numero di piccoli in questa stagione è normale, ma si calcola che il freddo abbia ridotto i pulcini alla metà. Una “sfida” che si aggiunge al fatto che il pinguino sudafricano è stato appena inserito nella lista degli animali in via di estinzione: secondo l’ente dei parchi nazionali, gli esemplari sono già diminuiti in modo consistente e nella zona restano ormai solo 700 coppie in grado di riprodursi.