domenica 11 ottobre 2009

L'ultimo viaggio del Che


Non possono bastano pellicole cinematografiche, documentari o libri e biografie per capire chi era davvero Ernesto Guevara (Rosario, Argentina, 14 giugno 1928 - La Higuera, Bolivia, 9 ottobre 1967). Non è semplice descrivere la vita di un uomo, interrotta dal proiettile esploso a tradimento da un fucile di un soldato boliviano, lontano dalla sua casa natale, da quella adottiva e da tutte le persone care che aveva conosciuto. Il Che sofferente per i continui attacchi d'asma, la sua voglia, nonostante tutto, di rendere conto all'ideologia, alla sua etica e morale, che lo ha spinto fino a Cuba, in Congo, in Bolivia. Una missione la sua, che sarebbe divenuta mito e leggenda per le generazioni a seguire e che lo è stato per le generazioni di giovani suoi coetanei, che ne sposavano i comportamenti, apprezzavano le sue virtù e diffondevano i fondamenti della rivoluzione: pace, libertà e giustizia. Ma la vita di Ernesto Guevara è stata vissuta nel pieno rispetto del dovere verso le popolazioni che dal giorno dell'invasione dei conquistadores non hanno mai più avuto un minimo di speranza, di pace, di serenità. Per loro il Che ha fatto molto. E oggi a distanza di molti anni dalla sua scomparsa, sono ancora centinaia di milioni le persone che portano il suo messaggio nel cuore e i suoi insegnamenti nelle azioni quotidiane.

Una turbina per trasformare l'aria in acqua


Ha dell’incredibile ma e’ tutto vero, si tratta di una turbina eolica inventata da un imprenditore francese di Saint Tulle, l’invenzione consiste in una classica turbina eolica che però recupera anche l’umidità dell’aria per trasformarla in acqua potabile. Come funziona? Il principio è semplice: l’umidità dell’aria è catturata all’interno della turbina eolica, trasformata in una sorta di grande serbatoio e accumulata al suo interno. Alcuni filtri trasformano l’acqua dell’aria in acqua potabile; un semplice rubinetto poi permette di recuperarla. Marc Parent (nella foto),questo il nome dell’imprenditore che ha impiegato circa dieci anni tra studi e prove per realizzare il prototipo, ora ha depositato il brevetto ed è pronto a metterla sul mercato tramite la società che ha appena creato nel garage dei suoi genitori, la “Eole Water” . La sua macchina, dice, può produrre tra i 70 ed i 200 litri d’acqua al giorno: per il 2010 già sta progettando una nuova versione che ne produrrà fino a 1.000. Secondo Parent la sua invenzione potrà contribuire a regolare il problema della scarsità dell’acqua in alcune regioni del mondo.

sabato 10 ottobre 2009

www.berlusconiperilnobel.it


Il Premio Nobel per la Pace non è mai stato assegnato ad un italiano dal 1907 ad oggi. E' finalmente venuta l'ora di sfatare un tabù che dura da più di cento anni, ovvero da quanto nel 1907, ad aggiudicarselo fu Ernesto Teodoro Moneta. Alla corsa per l'ambito riconoscimento si sono succeduti, in questi anni, numerosi politici e capi di Stato, tra i quali potremmo citare, Yasser Arafat, il presidente della Corea del Sud, Kim Dae-Jung, l'ex presidente americano, Jimmy Carter, ed Al Gore.Oggi crediamo che, anche, l'Italia meriti di ricevere tale riconoscimento, e di essere degnamente rappresentata da Silvio Berlusconi, per il suo indiscusso impegno umanitario in campo nazionale ed internazionale.
Questo e' quello che dice il sito aperto per sostenere la sua candidatura. In quanto ad impegno umanitario ci sarebbe da discutere per anni.
Il nobel per la pace e' stato dato al presidente degli Stati Uniti, giustamente o ingiustamente a me non interessa, e' un discorso a parte.
Il lodo Alfano e questa sconfitta potrebbero essere l'inizio della fine di questo nanetto strafottente.
A volte i miracoli si avverano...Forza Italiani, per un nuovo miracolo italiano.

venerdì 9 ottobre 2009

Scempio nei siti archeologici iracheni


Sono sepolti nel cuore dell’Irak, sotto la polvere e l’argilla, sono i mille tesori e la storia della cultura occidentale. A partire dall’invasione del 2003, oltre al dramma della guerra, l’immensa eredità culturale dell’Iraq ha subito un saccheggio a dir poco ‘barbarico’. In particolare negli ultimi due anni, poi, la depredazione è stata così scellerata da ridurre, a livello visivo, il suolo dell’antica Mesopotamia ad una terra desolata. E’ di fatto una razzia incontrollabile, talmente fuori controllo da permettere che rarissimi manufatti finiscano, addirittura, in vendita su Ebay per meno di 100 dollari. E’ possibile trovare alcune tavolette con incise le gesta eroiche di Gilgamesh semplicemente ricercandole nel sito di aste online, e senza particolari difficoltà. La cosa piu’ triste di tutta questa storia e’ che nessuno sta muovendo un dito per fermare questo sciacallaggio. Se nessuno interverra’ al piu” presto si distruggerano i siti archeologici dove sono state erette le prime città, si cancellerano dalla memoria collettiva i luoghi dove l’uomo ha scrutato per la prima volta il cielo e dove ha cigolato la prima ruota. Si sta cancellando in maniera indelebile lo spazio dove nascevano la legge, i numeri e le prime forme di scrittura. E la cosa peggiore è che non si tratta di un ‘segreto’ ma di una situazione che, già da diversi anni, è sotto agli occhi di tutti. Già nel 2005, infatti, dopo un sopralluogo nel sito archeologico di Babilonia, il responsabile per l’istituzione culturale britannica dell’antico e vicino oriente, John Curtis, denunciava la drammatica devastazione artistico-culturale del paese. Secondo quanto racconta Curtis, in questi anni, le forze alleate hanno usato un sito tra i più antichi e preziosi del mondo come base militare, devastandone il lastricato vecchio di 2000 anni con il passaggio dei mezzi pesanti. Lo studioso aveva anche denunciato l’utilizzo dei frammenti preziosissimi da parte dei soldati, pietre antichissime vengono usate per riempire i sacchi di sabbia e sfruttate per rinforzare le barriere di sicurezza. Da quel soppraluogo poi, la situazione in Iraq non solo non è migliorata ma è talmente peggiorata che persino diverse aree del sito di Babilonia sono state ricoperte di ghiaia e di terra, cancellando per sempre ogni futura possibilità d’indagine agli studiosi e agli esperti. Dice Clemens Reichel, archeologo e professore di civiltà mesopotamiche all’università di Toronto. “Continuo a trovare incredibile il fatto che tutto questo sia potuto accadere, da quando è iniziata la guerra il mio lavoro come archeologo in quei siti è cambiato per sempre e la portata di questa catastrofe non potrà nemmeno essere ridimensionata”. C’e’ poi un mercato nero di opere, il passaggio dei soldati ha anche agevolato l’opera di ladri e ricettatori. Ci sono migliaia di reperti, come tavolette con iscrizioni cuneiformi, sigilli, fregi, statue e ornamenti, che vengono inseriti illegalmente nei mercati dell’antiquariato di contrabbando di Londra, Ginevra e New York. Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein anche il museo di Baghdad ha subito un saccheggio devastante. “Il museo di Baghdad era un polo d’eccellenza – sostiene Mario Fales, professore di storia del vicino oriente antico all’università di Udine – e la coalizione è arrivata senza una preparazione specifica rispetto a quello che avrebbero trovato, in questo paese c’era la capacità e la competenza per fare un buon lavoro di ricerca e di conservazione, non è mai stato fatto e non viene fatto tuttora. Si va avanti ad una media di mille reperti rubati che scompaiono ogni giorno”. Del resto, se non ci si affretterà ad intervenire attivamente per salvare il patrimonio culturale dell’Iraq, la perdita di queste preziose testimonianze toglierà per sempre ai ricercatori la possibilità di ricostruire, con esattezza, il mosaico intricato della storia del pensiero umano, dell’arte e della civiltà occidentale.

Leggi altri articoli
http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/esteri/museobagdad/museobagdad/museobagdad.html
http://archiviostorico.corriere.it/2003/novembre/15/mio_lavoro_salvare_siti_archeologici_co_0_031115022.shtml
http://xoomer.virgilio.it/vascello/diretta.htm

Conflitti moderni e guerre dimenticate


Ecco la lista aggiornata ai primi mesi del 2009 degli attuali 25 conflitti che sono tutt’ora in corso nel mondo.

MEDIO ORIENTE
1. Iraq 135.000 morti dal 2003
2. Israele-Palestina 7.000 morti dal 2000
3. Turchia (Kurdistan) 41.200 morti dal 1984
ASIA
4. Afghanistan 38.500 morti dal 2001
5. Pakistan (Pashtunistan) 12.000 dal 2004
6. Pakistan (Balucistan) 1.300 morti dal 2004
7. India (Kashmir) 65.500 morti dal 1989
8. India (Assam) 51.800 morti dal 1979
9. India (Naxaliti) 7.200 morti dal 1980
10. Sri Lanka 83.000 morti dal 1983
11. Birmania (Karen) 30.000 morti dal 1948
12. Thailandia (Pattani) 3.500 morti dal 2004
13. Filippine (Npa) 40.500 morti dal 1969
14. Filippine (Mindanao) 71.000 morti dal 1984
AFRICA
15. Somalia 7.400 morti dal 2006
16. Etiopia (Ogaden) 4.000 morti dal 1994
17. R.D.Congo (Kivu) 6.000 morti dal 2004
18. Uganda 100.000 morti dal 1987
19. Sudan (Darfur) 301.200 morti dal 2003
20. Rep.Centrafricana 2.000 morti dal 2003
21. Ciad 2.000 morti dal 2005
22. Nigeria (Delta) 14.800 morti dal 1994
23. Algeria 150.500 morti dal 1992
EUROPA
24. Russia (Cecenia) 50 mila morti dal 1999
AMERICA LATINA
25. Colombia 300.250 morti dal 1964
Fonte: Peace Report

mercoledì 7 ottobre 2009

Ritorno al passato, ma allora Chernobyl non ha insegnato nulla!?


Prima centrale in Italia attiva dal luglio 2020, previsti 4 reattori in tre centrali. Sulla scelta dei siti ancora solo ipotesi . E' la stima degli esperti Enel che lo considerano «un obiettivo realistico». Poi ogni 18 mesi l'avvio degli altri reattori del progetto per il nucleare in Italia di Enel con l'alleata francese Edf. La selezione del primo sito è attesa per il 10 ottobre 2010, dopo la pubblicazione dei criteri per la scelta, attesi non prima del prossimo luglio. La prima colata di calcestruzzo per l'edificio del reattore è prevista per il 9 luglio 2015. Le scadenze previste sono state indicate nel corso di un seminario in Francia dove Edf (con Enel che partecipa all'investimento con una quota del 12,5%) sta costruendo il terzo reattore della centrale di Flamanvile, un progetto di ultima generazione che rappresenta il modello per la costruzione delle centrali nucleari di Enel in Italia. Il piano di Enel per il nucleare in Italia ipotizza la costruzione con l'alleata francese Edf di quattro reattori divisi tra tre centrali. Una soluzione che non è definitiva e che potrebbe essere rivista preferibilmente con due reattori per due centrali. Lo hanno spiegato gli esperti dell'Enel. Nell'ambito dell'alleanza italo-francese per il nucleare Enel guiderà la realizzazioni di centrali per circa la metà degli obiettivi di generazione nucleare in Italia fissati dal governo: quattro reattori da 1.600 Mw sugli otto (in tutto 13mila Mw) necessari per coprire il 25% dei consumi stimati a partire dal 2020 . Ogni reattore, per dare una idea della capacità di generazione, potrà alimentare una città come Roma. L'individuazione dei siti, uno dei passaggi più delicati, non è attesa prima di luglio 2010 e i criteri che verranno stabiliti dalla nuova Agenzia per il nucleare non dovrebbero comunque riservare sorprese perché necessariamente in linea con standard internazionali. I luoghi dovranno rispondere all'esigenza di un facile ed abbondante approvvigionamento di acqua (sul mare, ma anche su grandi fiumi come il Po) e di collegamento agli elettrodotti, alle caratteristiche sismiche del territorio, a requisiti di poca densità di popolazione, alla elettrodotti. Il 40% degli italiani è favorevole alla costruzione di centrali nucleari (il 12% è molto favorevole, il 28% lo è abbastanza, ma chi sono questi italiani?): un dato in aumento del 2% nel 2008 rispetto a due anni prima. La percentuale dei sì scende però al 17% se la risposta non è più in generale ma riguarda la «propensione ad accettare o rifiutare una centrale nucleare nei pressi di dove si abita»: in questo caso dice no l'82% degli italiani. Ed il 52% è sul fronte di una opposizione ancora più netta: «non lo accetterei e farei di tutto per impedirlo», risponde. L'arruolamento di tecnici esperti potrebbe rappresentare un problema, un fattore di difficoltà per il progetto italiano di ritorno al nucleare,: i laureati italiani in ingegneria nucleare sono preparatissimi, ma pochi, e tempestati da offerte di lavoro all'estero dove i compensi sono nettamente più competitivi.

Scusi, vuol ballare con me?


Questo articolo e' dedicato alla mia amica Stefania, bravissima ballerina di tango

Il tango diventa patrimonio dell'umanità
Promuove il dialogo e la diversità ed è un bene dell'umanità perché «personifica sia la diversità culturale sia il dialogo, rappresenta l'essenza di una comunità e pertanto merita di essere salvaguardato».
Il tango nacque all'inizio del 900, dall'incontro fra la cultura creola e le migliaia di immigrati che dall'Europa venivano a vivere e lavorare nei sobborghi di Buenos Aires e altre città. Era una valvola di sfogo. E grazie al lavoro di musicisti come Ignacio Varchausky, che lavorano per rivitalizzare l'ingente patrimonio culturale tramite la digitalizzazione dei vecchi vinili, ha conquistato il mondo. Anche perché come ha scritto il maestro tanghero Horacio Ferrer , il tango «è anzitutto un modo di vivere, di sentire e di muoversi».
Dall'Argentina e dall'Uruguay, la musica di Carlos Gardel e Astor Piazzola è stata esportata in tutto il mondo, grazie anche alla sua fusione con l'elettronica e rock suonata da gruppi come Gotan Project o Bajofondo tango club. Ogni anno partecipano al Festival di Buenos Aires più 200 mila persone, 400 coppie di ballerini provenienti da tutto il mondo competono per aggiudicarsi il 'mundial' nella capitale argentina.
E nasce anche un turismo ad hoc, dedicato proprio al tango: fioriscono gli alberghi tematici e il giro d'affari legato al ritmo rioplatense diventa sempre più importante. Anche se c'è chi denuncia una certa superficialità nella moda del tango. «All'estero - spiega la cantante Susana Rinaldi - sempre più persone ballano il ritmo di una musica della quale non capiscono le parole».

martedì 6 ottobre 2009

Dove il mare è rosso


Delfini, il business della mattanza
L'articolo di Pio D'Emilia, fonte L'Espresso - Foto di R.Gilhooly

Ogni anno a Taiji, una delle più protette e nascoste insenature dell’arcipelago giapponese, vengono massacrati, lontano da occhi indiscreti, migliaia di delfini. Una mattanza che alimenta un ricchissimo business. Ma un documentario, 'The Cove', ne ha filmato l'orrore (guarda il trailer). E ha sconvolto i giapponesi. Avete mai visto un delfino suicidarsi? Io sì. È arrivato ferito, dietro di sé lasciava una scia di sangue. Ha cominciato a scagliarsi contro gli scogli. Una scena orribile. Alla fine non è più riemerso. Penso gli avessero appena ucciso la mamma. Era disperato, urlava, urlava. Poi il silenzio. E la gente, intorno, che rideva. Di lui, e di noi che piangevamo. Sono ancora sconvolta. L'acqua era tutta rossa. Sono dei barbari assassini. Audrey ha 24 anni, viene dalla California. È qui con un gruppo di amici surfisti e ambientalisti: Surf with cetaceans. Non sono venuti per cavalcare le onde locali. Ma per protestare, denunciare e in qualche modo impedire il massacro dei delfini. Ormai è un tam tam internazionale, vengono da tutto il mondo, tra lo stupore e l'imbarazzo della popolazione locale, che non comprende tutto questo trambusto per i 'bacarozzi d'acqua' (come vengono talvolta chiamati i delfini), per testimoniare l'orrore di un massacro che va avanti da oltre 400 anni, e che vede ogni stagione la mattanza, consumata in gran segreto, di decine di migliaia di delfini nelle più nascoste e protette insenature dell'arcipelago giapponese. Taiji è una di queste. A poche centinaia di metri dal museo della Balena, dove è ricostruita l'epopea delle baleniere e di un'attività di cui i giapponesi mostrano vanto e nostalgia, e del delfinario, dove centinaia di famigliole assistono ogni giorno alle esibizioni dei 'Flipper' locali, c'è una piccola insenatura senza nome che gli stranieri hanno soprannominato Cala Rossa. Qui, ogni anno, tra settembre e marzo vengono massacrati almeno 3 mila delfini, il cui sangue colora di rosso intenso l'acqua. Una feroce e assurda mattanza che per la prima volta è stata documentata, utilizzando telecamere mimetizzate tra le rocce, oppure a bordo di elicotterini telecomandati, da un gruppo di ambientalisti guidati da Rick O'Barry, il leggendario addestratore di Flipper che, dopo essere stato ripetutamente arrestato in varie parti del mondo per la sua attività in difesa dei delfini, è riuscito a farsi finanziare l'impresa (si parla di 5 milioni di dollari) da John Clark, il miliardario inventore di Netscape.Il documentario, 'The Cove' ('La caletta'), che ha già ottenuto importanti riconoscimenti in alcuni Festival (Sundance, Toronto) e che verrà proiettato al prossimo Festival internazionale del cinema di Tokyo, dopo una lunga battaglia con gli organizzatori che l'avevano prima richiesto, poi respinto e infine ammesso alla proiezione, ma fuori concorso e praticamente senza pubblico locale, uscirà in vari paesi europei a fine ottobre (ma non in Italia, per il momento).Costretti a entrare nella baia per sfuggire al suono assordante provocato dai pescatori che percuotono incessantemente le chiglie di centinaia di barche (provocando un dolore atroce), i delfini restano intrappolati dalle reti stese tra le estremità della baia, chiusa arbitrariamente ai 'non addetti ai lavori' - visto che siamo all'interno di un parco marino protetto - da cartelli e barriere di filo spinato. Una sorta di operazione militare, che si è trasformata in una questione di principio, di 'sovranità nazionale', di rivendicazione di una supposta tradizione da parte dei cacciatori di delfini, ma che di fatto riguarda pochissimi 'indigeni'. Appena l'opinione pubblica giapponese è venuta a conoscenza di questa realtà, l'ha condannata senza esitazione. Forse è per questo, per paura di essere 'visti' dai loro stessi connazionali, che la mattanza di Taiji viene protetta con ogni mezzo, anche illegale.Per riuscire a documentare almeno in parte il massacro, i fotografi di Rick O'Barry sono dovuti ricorrere a mille accorgimenti per non farsi scoprire: scalare rupi, stratagemmi per nascondere gli apparecchi fotografici, visto che perfino le strade statali sono controllate dai cacciatori di delfini che fermano e perquisiscono tutte le persone sospette. La mattanza dei delfini avviene in più fasi. Gli esemplari più belli e sani, selezionati 'on the spot' da veterinari, addestratori e intermediari vari (un delfino da esibizione può valere sino a 150 mila euro) vengono 'imbragati' e caricati su imbarcazioni che ne curano poi la spedizione in giro per il mondo. Un business molto redditizio. Tutti gli altri, cuccioli compresi, una volta massacrati con arpioni e coltellate alla gola, finiscono in pentola, o affettati a crudo, marinati o affumicati, anche se la loro carne, assicurano gli indigeni, non è prelibata come quella delle balene (al posto della quale viene spesso spacciata). Del delfino, il cui carattere ideografico, pronunciato 'iruka', significa 'maiale di mare', con riferimento alla sua voracità, una delle cause per cui viene cacciato ("Voi non capite", ci spiega uno dei pochi pescatori disposto a parlarci, "per noi i delfini non sono animali intelligenti da amare e proteggere, ma pericolose creature che mettono a rischio l'ecosistema marino"), non si butta niente. Pinne, pelle e avanzi di carne finiscono nelle scatole di cibo per cani e gatti, mentre le ossa, finemente triturate, pare rappresentino un ottimo fertilizzante naturale. Il tutto sempre condotto in gran segreto. Perfino i turisti che arrivano qui a Taiji, un piccolo villaggio sul Pacifico 600 chilometri a sud di Tokyo, dove tutto, nel bene e nel male, parla di delfini e balene, sembrano ignorarlo, e mostrano sincero stupore se messi di fronte alla realtà. "Non posso crederci", esclama Hiroko, una casalinga di Osaka, mamma di due bambini appena uscita dall'acquario dove ha assistito al solito, seguitissimo, spettacolo dei delfini, alla quale mostriamo alcune foto della mattanza: "Ma siete sicuri che questo orrore avviene qui. in Giappone?". Anche Etsuko e Gen, una giovane coppia di Tokyo in vacanza, è sorpresa: "Non è possibile e noi non ci sogneremmo mai di mangiare carne di delfino". Chi difende i delfini, specie se è un occidentale, viene spesso accusato dai giapponesi di ipocrisia: "Perché la mattanza dei tonni è legittima e quella dei delfini no?". Oppure: "La volete finire con volerci imporre i vostri valori? Dopo i diritti fondamentali dell'uomo, volete imporci anche quelli degli animali? Pensate ai vostri polli, ai vostri vitelli, alle vostre oche e ai vostri visoni."). Ma c'è un altro aspetto che potrebbe assumere i caratteri di una tragedia annunciata. Il mercurio. La carne di delfino risulta essere tra le più contaminate dal mercurio: esemplari di carne venduta nei supermercati (va detto che alcune importanti catene ne proibiscono la vendita) hanno rilevato dosi di metilmercurio 20 volte superiori al limite fissato dalle autorità giapponesi, che è di 0.04. Ma nessuno si è mosso. Secondo Tetsuya Endo, docente di scienza dell'alimentazione all'Università di Hokkaido, "i giapponesi vengono scientemente avvelenati dalle loro stesse autorità, che non hanno il coraggio di intervenire". Nella maggior parte dell'arcipelago le scuole non servono più carne di cetaceo, ma a Taiji pare di sì. Anche se nessuno lo conferma ufficialmente. A cominciare dal sindaco, Sangen. Perché lui con i "barbari" (i giornalisti occidentali) rifiuta per principio di parlare.
Video della protesta

domenica 4 ottobre 2009

Follia in Australia, uccisi 140 canguri per corsa auto


E' pura follia senza senso quella che si e' compiuta in Australia giovedi scorso.
Proteste dei Verdi e degli ambientalisti per la massiccia uccisione mirata di canguri che è stata eseguita senza alcuna pubblicità, per impedire l’avvicinarsi dei marsupiali alla corsa di V8 Supercar ’Bathurst 1000’ di Mount Panorama, che parte questa settimana. Il Comune di Bathurst, cittadina a circa 200chilometri a nord ovest di Sydney, ha confermato di aver ordinato l’uccisione di 140 canguri Eastern Grey dimezzandone la popolazione, con l’autorizzazione del Servizio parchi e fauna del governo del Nuovo Galles del Sud, tutto questo per garantire la sicurezza dei piloti e del pubblico, dopo che nell’edizione del 2007 un canguro era stato filmato che saltellava sulla pista fra le auto in corsa, prima di balzare sopra una barriera. Gli ambientalisti esprimono preoccupazione per i cuccioli nel marsupio delle madri abbattute e condannano l’uccisione come inumana e non necessaria. Secondo il deputato dei verdi Lee Rhiannon, si è trattato di una reazione impulsiva e sarebbero stati sufficienti dei recinti ben sistemati. «Il massacro di 140 canguri e dei loro cuccioli a causa di una corsa d’auto non è giustificato», ha detto. Un portavoce del Comune ha replicato che la popolazione di canguri è notevolmente aumentata e sarebbe stato impossibile tenerli a distanza.
Invia la tua email di protesta al Comune di Bathurst
council@bathurst.nsw.gov.au

Wawe Treader


Wawe Treader per ricavare energia elettrica. Sta prendendo sempre piu' corpo un’idea per ricavare energia elettrica dal vento e contemporaneamente dalle onde del mare. Due piccioni con una fava, insomma. Si chiama Wawe Treader ed al momento è un prototipo in scala 1:25.
L’anno venturo dovrebbe iniziare la costruzione di un prototipo a dimensione piena da testare in acqua. La commercializzazione è prevista per il 2012. Nessun dettaglio ancora sul prezzo, si conoscono invece potenza e caratteristiche.
Wawe Treader è un’idea della società Green Ocean Energy, e costituisce una sorta di dispositivo aggiuntivo galleggiante da agganciare al pilone di sostegno di una turbina eolica off shore.
Il perpetuo movimento delle onde si trasmette a due grandi “braccia”, galleggianti anch’esse. A sua volta, il movimento delle “braccia” aziona un generatore in grado di produrre 500KW di energia elettrica: una quantità sufficiente, si calcola, ai bisogno di 125 abitazioni.
L’energia elettrica viene trasmessa a terra da un cavo sottomarino, insieme a quella generata dalla turbina eolica.
Wawe Trader è una sorta di evoluzione di Ocean Trader, un dispositivo analogo ma non collegato ad una turbina eolica e libero di galleggiare sulla superficie del mare

Navi dei veleni: trenta casi sospetti nel Mediterraneo


In fondo al Mediterraneo potrebbero esserci almeno una trentina di navi dei veleni. Lo sostiene Silvio Greco, assessore all’ambiente della regione Calabria. “E’ l’intero Mediterraneo, dall’Adriatico al Tirreno dal Canale di Sicilia all’Egeo, ad essere coinvolto nell’inabissamento delle navi dei veleni, problema che oggi si presenta in Calabria, scoperto grazie alla testardaggine della Procura di Paola e della Regione”. Secondo Greco, il cui ufficio ha messo a disposizione della Procura di Paola il robot sottomarino che ha individuato il relitto, probabilmente della Cunski, carico di bidoni velenosi, “serve avere altre informazioni, perchè si può ipotizzare che all’appello manchino ancora 30 mercantili affondati in altre parti del Mediterraneo”.
Quanto detto dall’esponente della giunta regionale calabrese, trova conferma nelle parole del pentito Francesco Fonti che da anni denuncia ai magistrati della Dda di Catanzaro che la `ndrangheta gestiva un vasto giro di riciclaggio dei rifiuti tossici incassando, secondo il pentito, dai 4 ai 30 miliardi per ogni affondamento. Ma il problema più grosso, almeno quello più apparente e che se il procuratore di Paola, Bruno Giordano ha ragione nel sostenere che la nave affondata al largo di Cetraro è la “Cunsky”, si crea un problema a livello delle autorità di controllo. Infatti secondo i registri navali internazionali, la “Cunsky” risulta smantellata il 23 gennaio del 1993. Quindi qualcuno, è qui torna in auge il pentito, che ha sempre dichiarato che “in alto” qualcuno non voleva indagini, ha coperto il traffico irregolare dichiarando, anche per iscritto che la nave era stata smantellata. Fino ad ora, il pentito Francesco Fonti, era considerato poco credibile, proprio in virtù di quanto dichiarato e scritto nei verbali del registro navale internazionale. Ma se la nave affondata al largo delle coste cosentine, dovesse essere veramente la “Cunsky” allora le cose cambierebbero. Perché Fonti ha sempre detto che per affondare quel mercantile si era servito di esponenti della cosca locale dei Mutu, indagati dalla procura di Paola. Fonti , fu preciso nel suo racconto, ribadito più volte e persino il 21 aprile del 2006 al sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Vincenzo Luberto che all’interno del mercantile affondato da lui stesso al largo di Cetraro conteneva circa 120 fusti sospetti, lo stesso numero di quelli ritrovati all’interno della nave ritrovata nei giorni scorsi. Ma quello della “Cunski” potrebbe non essere l’unica nave affondata. Infatti lo stesso pentito ha dichiarato che lui ha fatto affondare 5 navi, oltre a quella al largo di Cetraro, anche una nei pressi di Tropea, una a Melito Porto Salvo, una nei pressi di Crotone, poi anche a Cirò e persino due in Basilicata, a largo di Maratea e nel mare di Metaponto. Tutte notizie queste che adesso dovranno essere confrontato e sostenute dalle indagini
Ad esempio sarebbero sette le ”macchie” rilevate nel mare della Basilicata, tra i 62 e i 526 metri di profondita’, nel corso di quattro campagne oceanografiche che si sono svolte nel 2007. Lo ha reso noto il vicepresidente della giunta regionale della Basilicata, Vincenzo Santochirico. Due anni fa il dipartimento ambiente della Regione ha commissionato uno studio all’Istituto marino costiero del Cnr per realizzare una cartografia marina e costiera. I rilievi furono effettuati, fino a una profondita’ di circa 600 metri, nel corso di quattro diverse campagne, utilizzando le navi ”Urania” e ”Thetis” e la research vessel ”Napoli”. Le ricerche si sono concluse con la stesura di una cartografia, e hanno anche evidenziato quattro target, le cosiddette ”macchie”, a una profondita’ di 62, 81, 113, 448, 484, 512 e 526 metri.
Intanto arrivano i primi impegni del Governo per intervenire sul fronte delle navi dei veleni affondate in Calabria, a partire da quella ritrovata nei fondali cosentini. La Regione Calabria ha raggiunto il risultato con il Ministero dell’Ambiente, a seguito degli incontri che oggi ha avuto a Roma l’assessore all’ambiente Silvio Greco. Prima con il vice-capo di Gabinetto del ministro, poi con i direttori generali del Ministero ed i tecnici dell’Ispra è passata la linea di attivare una piena collaborazione tra gli organismi nazionali, la Regione e l’Arpacal.
«Due gli accordi raggiunti a Roma – ha detto Greco – per non lasciare la Regione ad affrontare da sola questa emergenza, senza i mezzi e le competenze necessarie». Il primo accordo riguarda l’impegno del Ministero dell’Ambiente per la ‘caratterizzazionè a terra, attraverso indagini ed analisi da realizzare in collaborazione con Arpacal. Il secondo è un intervento a mare con la nave “Astrea” dell’Ispra, per effettuare rilevamenti su ogni tipo di campione in grado di fornire informazioni sulle tipologie e la diffusione degli inquinanti contenuti nei bidoni della stiva di quella che ormai sembra essere la nave fantasma Cunski. Un mercantile di 120 metri ufficialmente demolito in India, ma affondato dalla ‘ndrangheta davanti alla costa di Cetraro. Questa parte della ricerca avrà la supervisione dell’assessore all’ambiente della Calabria, Silvio Greco. «Fino ad oggi non era un risultato scontato questo primo impegno dello Stato -ha continuato Greco- in quanto è da anni che in Calabria la magistratura è a conoscenza di almeno tre affondamenti sospetti di navi con rifiuti pericolosi e tossici, ma per le indagini non erano mai stati forniti i mezzi, le risorse e gli strumenti necessari per scoprire la verità».

venerdì 2 ottobre 2009

Quando le tue scarpe uccidono (anche) l'Amazzonia



In un momento di frenesia da shopping, potrei aver comprato un paio di Timberland e, già che c'ero, la borsa di Prada che mia moglie desiderava da tempo; stanco di girare per negozi, potrei essermi fermato a mangiare un cheeseburger al fast food. Non solo avrei sperperato una quantità di denaro tale da costringermi a renderne conto alla mia coscienza (e maltrattato il mio stomaco): secondo un corposo rapporto pubblicato da Greenpeace a giugno, potrei essere diventato inconsapevolmente complice di peccati ben più gravi: il vilipendio dei diritti umani e la distruzione della foresta amazzonica. Allevare animali per poi farli fuori è indubitabilmente un business molto redditizio: se ne ricava, ovviamente, la carne che, una volta trattata ed inscatolata, finisce sugli scaffali dei nostri supermercati, ma anche il pellame con cui si confezionano le nostre calzature (eleganti e sportive); il grasso, ingrediente essenziale di prodotti per l’igiene personale e la bellezza (dentifrici e creme per il viso); ossa, intestini e legamenti, ovvero gelatina per scopi alimentari (serve ad esempio ad ispessire lo yogurt e a fabbricare le caramelle morbide).
Molte imprese, grandi multinazionali private come enti pubblici di vari paesi, hanno una gran “fame” di pellame e il Brasile è l'Eldorado dei loro fornitori. Infatti, deforestando selvaggiamente l'Amazzonia, è possibile ricavare in modo semplice milioni di ettari di terreno da adibire velocemente a pascolo: in effetti, basta abbattere (o incendiare) qualche migliaio di alberi, seminare per poi installare un bel ranch (si stima che, nel Paese dell'Ordine e Progresso, dal 1976 al 2008 il numero di animali da allevamento sia passato da 21 milioni a 74 milioni). Ma la natura si ribella alla violenza predatrice dell'uomo: nel giro di qualche anno, il terreno deforestato viene nuovamente invaso dalla vegetazione locale, inadatta al pascolo: niente paura, i nostri bravi allevatori non si scoraggiano, e, semplicemente, si danno alla devastazione della foresta amazzonica circostante.
E avanti così, distruggendo allegramente il nostro domani. E poco importa a questi brillanti imprenditori se, secondo le stime degli ambientalisti, la deforestazione finalizzata all’allevamento è responsabile del 17% dell’effetto serra (tanto per capirsi, più di tutto il sistema dei trasporti globale); e se in 30 anni se ne è andato in fumo un quinto della foresta amazzonica.
Certo, il Governo fa qualche ispezione, ma nel complesso, come dice Andre Muggiati, attivista di Greenpeace Brazil, residente a Manaus, “c’è una totale deregolamentazione e molte persone si comportano come se le leggi a loro non si applicassero. Un po’ come nel selvaggio West”. Il danno ambientale prodotto da questi eco-criminali è enorme, ma purtroppo non è il solo: Greenpeace ha messo insieme una serie di dati (pubblici), che raccontano una storia esecrabile di uomini e donne ridotti in schiavitù, mentre la lotta per la terra produce vere e proprie guerre a bassa intensità.
Non mancano i casi di popolazioni indigene che, esasperate dall’atteggiamento predatorio e dalla violenza usurpatrice degli allevatori, ricorrono alla violenza. Sostiene Itanya, un capo villaggio, citato dal Guardian: “Da quando sono arrivati gli invasori, abbiamo avuto molti problemi. E’ più difficile reperire il cibo, e la rabbia monta. Se il governo non trova una soluzione, ci penseremo noi. Sappiamo come preparare frecce avvelenate e siamo pronti ad uccidere”. (proclama agghiacciante ma purtroppo non velleitario: nel 2003 sono stati trovati i cadaveri di tre fattori, tutti a poca distanza dal villaggio)
Per raccontare questa incredibile storia, a giugno il Guardian si è unito agli attivisti di Greenpeace per un sopralluogo sotto mentite spoglie nella zona attorno a Maraba, nel cuore della regione amazzonica. A Maraba si trova un macello di proprietà della società brasiliana Bertin, primo esportatore di cuoio e secondo di carne bovina del Paese. La Bertin ha sempre sostenuto di non acquistare animali da allevatori coinvolti nella deforestazione; non solo, dichiara di aver tagliato fuori 138 fornitori per “irregolarità”. Eppure, le carte scovate da Greenpeace parlano chiaro: è provato che in due occasioni il colosso della carne brasiliano ha acquistato complessivamente circa 450 bovini dal ranch dall’evocativo nome di Espiritu Santo, una gigantesca fazenda, dotata di ogni comfort, piscina compresa.
Quei ficcanaso di Greenpeace hanno sorvolato Espiritu Santo a bordo del loro aereo e, incrociando i loro calcoli con l'osservazione diretta e con i dati del GPS, sono arrivati alla conclusione che solo una percentuale tra il 20 e il 30% del territorio è effettivamente ancora occupata da foresta. Eppure la legge brasiliana stabilisce l'80% del territorio entro i confini di ogni ranch che dovrebbe essere mantenuto a foresta. Espiritu Santo se ne infischia delle leggi ambientali, e non solo di queste, se è vero che le persone che occupano abusivamente i ranch vengono regolarmente attaccate dalla “sicurezza” a colpi di arma da fuoco (Greenpeace ha raccolto testimonianze di almeno quattro ferimenti). E il brutto è che, secondo Greenpeace, l’Amazzonia è disseminata di decine e decine di ranch come Espiritu Santo .
Inoltre, sempre secondo l’associazione ambientalista, gli allevatori più spregiudicati “riciclano” il bestiame allevato in condizioni d’illegalità, facendolo transitare per impianti “puliti”, cosa che rende impossibile tracciare quale sia il “prodotto” realizzato in modo sostenibile (o per lo meno legale). Nel suo rapporto, Greenpeace prova che i tre principali produttori di carne e pellame brasiliani si sono riforniti (anche) da allevatori invischiati nello schiavismo: Bertin e JSB hanno comprato animali da Paiva Abreu, a suo tempo arrestato per episodi di schiavismo riscontrati nel suo allevamento a Santa Terezinha. Nel 2008 il macello della Bertin situato a Maraba ha acquistato bestiame dall’allevamento Colorado di proprietà di Roque Quagliato, incriminato per aver schiavizzato 81 persone; lo stabilimento della Marfrig a Tangarà da Serra acquista bestiame dall’allevamento di Antenor Duarte do Valle, il quale figura in una lista nera del governo brasiliano con la terribile accusa di aver trasformato in schiavi 188 persone.
Incoraggiata dal successo della una campagna di sensibilizzazione del 2006 sulla soia prodotta in Brasile grazie alla deforestazione, a giugno Greenpeace, con la pubblicazione di un report esplosivo, ha messo sotto pressione i produttori di alimenti a base di carne bovina e di pelletterie: sono moltissime, infatti le aziende note coinvolte nello sfruttamento abusivo e criminale dell’Amazzonia: Kraft (proprietaria del marchio Simmenthal), Cremonini (tra l’altro controllato al 50% da JBS, altro big della produzione di carne in Brasile) e fornitore delle Ferrovie dello Stato e di quelle francesi, Rino Mastrotto Group (RMG) e Gruppo Mastrotto (GM), clienti di Bertin e fornitori di marchi di lusso come Hilfiger, Louis Vuitton e Prada.
Benché tra le aziende “complici” della deforestazione dell’Amazzonia il rapporto Greenpeace citi anche Gucci, un comunicato della Casa del 5 giugno nega ogni addebito: “Siamo in grado di confermare che il tutto il pellame utilizzato da “Gucci Group” proviene da Paesi europei” si legge nella nota; non solo: “i nostri prodotti non contengono pelle bovina ricavata da allevamenti brasiliani”.
Anche questa volta gli spavaldi guerrieri dell'arcobaleno hanno fatto centro: tre marchi importanti del settore delle calzature, Clarks , Adidas e Timberland, hanno imposto ai propri fornitori una moratoria alla deforestazione. L’iniziativa prevede che esse non acquisteranno cuoio prodotto da fattorie che sorgono su territorio deforestato, in modo legale o meno. Se non verrà organizzato un processo di tracciabilità della provenienza delle materie prime sufficientemente credibile, la moratoria verrà estesa per un ulteriore periodo.
C’è da sperare che alla pressione di Greenpeace si aggiunga quella dei consumatori che (magari) potrebbero iniziare a non comprare prodotti che non siano realizzati in modo chiaramente legale e sostenibile. E che possibilmente cessi la schizofrenia del governo brasiliano, che da un lato si impegna a ridurre la deforestazione amazzonica del 72% nel 2016 e, dall’altro, ha ben 2,65 miliardi di dollari investiti nel business della carne e del pellame, mentre produce provvedimenti che “legalizzano” gli abusi già perpetrati dai rancheros. O anche la schizofrenia della Banca Mondiale: indovinate infatti chi ha finanziato con 9 milioni di dollari la ristrutturazione del macello di Maraba di cui sopra? La International Finance Corporation, controllata dalla Banca Mondiale.
Né i signori della IFC potranno dire di non sapere quello che stavano facendo: come riporta The Independent, uno studio commissionato dalla stessa stessa IFC, aveva chiarito che il rafforzamento di quell'impianto della Bertin avrebbe prodotto la perdita di 300.000 ettari di foresta. Eppure l'allora direttore di IFC, Robert Zoellick, sbrodolava ai giornali: "Il valore è oggi conservare, non solo sfruttare la foresta".

Cancelliamo il canone Rai


Un servizio di informazione pubblico è necessario, ma per essere pubblico non deve dipendere da nessun partito politico. I modelli ci sono, come la BBC, basta prendere esempio. Il 2009 sta per concludersi e c'e' ancora tempo fino a novembre...non fate quella faccia tre mesi passano in un attimo, datevi una mossa e tirate fuori gli attributi, a gennaio ci troveremo tre o quattro facce di mirtillo a dirci che possiamo rinnovare il canone, e invece no, dobbiamo iniziare a protestare da qualche parte prima o poi o lasciamo che continuino a raccontarci un fracco di fandonie?
Si può dare la disdetta del canone. Non paghiamo più per la merda di regime. Due canali senza pubblicità e fuori dal controllo dei partiti mi sembra un buon obiettivo.Chi disdetta il canone può iscriversi al gruppo di Facebook: Cancelliamo il canone RAI.
Le istruzioni :
- Prendere il libretto senza strapparlo in mille pezzi
- Copiare il numero di ruolo dal libretto di abbonamento alla televisione. In assenza chiedere un duplicato con raccomandata A.R. all'indirizzo abbonamenti TV (1° ufficio entrate Torino - S.A.T. Sportello Abbonamenti Tv - Casella Postale 22 - 10121 Torino)
- Non avere pendenze come arretrati o multe
- Versare 5,16 euro con vaglia postale, specificando nella causale del versamento "per disdetta canone numero di ruolo" (scrivere il proprio numero di ruolo)". Beneficiario del versamento: S.A.T. casella postale 22, 10121 TORINO; l'agenzia di pagamento: TORINO VAGLIA E RISPARMI
- Staccare dal libretto la cartolina "d", (la "b" se il libretto è recente) intitolata "denuncia di cessazione dell'abbonamento tv". Barrare la casella 2 che ha la richiesta di suggellamento e compilare gli spazi segnati riportando numero del vaglia e data del versamento
- Nello spazio sottostante vi è lo spazio per per la data di spedizione della cartolina: va riportata e apposta la propria firma. Sul retro della cartolina riportare nome, cognome e indirizzo del titolare che intende disdire. Correggere eventualmente il vecchio indirizzo URAR TV in S.A.T.
- In mancanza della cartolina per la denuncia di cessazione dell'abbonamento o del libretto, usare la cartolina per le comunicazioni generiche o inviare una semplice raccomandata scrivendo:
"Il sottoscritto (nome, cognome, indirizzo) chiede la cessazione del Canone TV e chiede di far suggellare il televisore (numero di ruolo:...) a colori detenuto presso la propria abitazione. A tale scopo ha corrisposto l'importo di 5,16 euro a mezzo vaglia postale n.... del.../.../... sul quale ha indicato il numero di ruolo dell'abbonamento"
Fare una fotocopia della cartolina (davanti e dietro). L'originale della cartolina va spedito con raccomandata ricevuta ritorno all'indirizzo "Spett. S.A.T., Casella Postale 22, 10121 Torino, Ufficio Abbonamenti"
- Attendere il ritorno della ricevuta di ritorno
- Spedire con raccomandata A.R. all'indirizzo del S.A.T. il libretto di abbonamento originale completo con tutto quanto contenuto, tenendo a casa le ricevute dei pagamenti degli ultimi 10 anni (o da quando si è abbonati).
La disdetta va completata entro il 30 novembre 2009. A fronte di quanto sopra, la RAI potrà rispondere richiedendo i vostri dati anagrafici (ancora?), la marca dell'apparecchio da suggellare e dove si trova.
http://www.beppegrillo.it/iniziative/cancelliamoilcanone/
Cancelliamo il Canone Rai

giovedì 1 ottobre 2009

Squali da salvare, una riserva nel Pacifico


Un paradiso per gli squali. No, non è l'ennesima storia di malcostume. Nasce a Palau, piccolo arcipelago del Pacifico, la prima riserva naturale al mondo per gli squali. Il divieto assoluto di cacciare e tagliare le pinne per questo animale a rischio di estinzione è stato annunciato dal presidente Johnosn Toribiong davanti all'Assemblea generale dell'Onu.
L'area protetta si estenderà per 600mila chilometri quadrati di oceano, un'area grande come la Francia. Ogni anno nel mondo vengono uccisi 100 milioni di squali. «Proteggere questi animali è più importante di un piatto di zuppa», ha commentato Toribiong, riferendosi all'uso delle pinne come alimento sul mercato internazionale. «La bellezza e la forza di queste creature riflette la salute degli oceani», ha aggiunto. Anche altri Paesi si stanno muovendo nella stessa direzione.
Le Maldive hanno appena adottato restrizioni analoghe, anche se la decisione del governo di Palau resta un caso unico, che dimostra il riconoscimento dell' «importanza degli squali per la salute dell'ambiente marino», come ha spiegato Matt Rand, direttore del Pew Environment Group. Rand ha aggiunto che, nonostante le piccole dimensioni di Palau, le sue acque territoriali circondano moltissime isole sparse, raggiungendo dimensioni molto estese, e che per questo potrebbero beneficiare dell'iniziativa le circa 140 specie di squali che si stima frequentino la zona. Il problema sarà quello dei controlli, visto che l'arcipelago del Pacifico dispone solo di un'imbarcazione per pattugliare l'oceano.

Primo ottobre 2009, la Jugoslavia non esiste più. Ora neanche online


Se le notizie su Internet viaggiano (quasi) alla velocità del pensiero, la Rete talvolta si dimostra invece assai lenta nel recepire i cambiamenti, anche storici, che avvengono nella realtà. E' il caso della ex Jugoslavia, finita di esistere nel 1992 - con i conseguenti sanguinosi conflitti nella zona -, oggi cessa di avere vita sul Web. Già, perché il 30 settembre, il suffisso internet ".yu" viene ufficialmente rimosso dalla Icann dalla Rete. Un adeguamento alla realtà geopolitica che ancora deve verificarsi e', per esempio, la storica estensione ".su" che tuttora identifica online la vecchia Unione Sovietica. Della notizia, forse piccola ma significativa, ne parlano diversi siti inglesi - dalla Bbc al Guardian -, che spiegano però come in realtà ben 4 mila siti ex jugoslavi "resistenti" hanno chiesto un ritardo della chiusura dell'interruttore per poter organizzare meglio la migrazione.
Migrare sì, ma dove? La vecchia estensione, nata nel 1989 per identificare i siti residenti nell'allora Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, sarà sostituita dalle nuove ".rs" per la Serbia e ".me" per il Montenegro. Questo perché il ".yu", dismesso fin dal 2006 dall'ente americano (con funzioni mondiali) che assegna gli indirizzi web, continuava dal 1994 a essere utilizzato dalla cosiddetta Repubblica Federale Jugoslava, ossia lo Stato formatosi nel 1992 dall'unione delle repubbliche appunto di Serbia e Montenegro.